L’ultimo film di Roy Andersson Sull’ infinitezza, con un titolo da saggio filosofico, è proposto in Italia  da Wanted Cinema. Mentre l’ultimo lavoro del 77enne regista svedese in originale suona Om Det Oandliga: più o meno, A proposito dell’Infinito.

La bellezza di essere vivi e umani

Cosa ci dice Andersson dell’Infinito? “Voglio sottolineare la bellezza di essere vivi e umani, ma per dimostrarlo ci vuole un contrasto, bisogna rivelare anche il lato peggiore. Questo film è sull’infinità dei segni dell’esistenza” dice Andersson, Leone d’ Oro a Venezia 2014 con “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” e Leone d’Argento sempre in Laguna l’anno scorso con questo film.

Lo stile del film è ormai un marchio di fabbrica di Andersson. Macchina da presa fissa, interni dai colori slavati, qualcuno ha evocato le atmosfere dei quadri di Edward Hopper, micro-storie di breve durata, il lavoro in totale dura poco più di un’ora e mezza.

L’immobilità dello sguardo della camera inchioda lo spettatore a un unico punto di vista, ma non gli impedisce di partecipare all’intimità dei personaggi: i loro gesti, le loro scarne parole, alcuni quadri sono quasi muti, solo rumori di fondo, arrivano comunque a chi guarda, gli comunicano qualcosa.

Un qualcosa che può essere gioia, tre ragazzine che ballano sulle note di una canzonetta fuori da un bar in campagna; emozione, una coppia che si libra in volo, come in un quadro di Marc Chagall, su una città distrutta; desolazione, gli ultimi minuti di Hitler nel bunker assediato; la marcia di soldati sconfitti verso un campo di prigionia in Siberia; disperazione, un prete che ha perso la fede e chiede aiuto a un terapeuta frettoloso; un uomo in preda al male di vivere che piange su un autobus fermo.

Segni folgoranti

A introdurre ogni quadro, una voce femminile fuori campo, invisibile che introduce l’episodio: “Ho visto un uomo che…” o anche “Ho visto una donna che…”.

Gli uomini e le donne visti dalla voce narrante, e dal pubblico, magari non fanno nulla di clamoroso o in apparenza significativo, una coppia beve champagne; un padre allaccia le scarpe alla figlia sotto la pioggia, ma proprio il loro essere comuni, volti nella folla, ce li rende vicini, famigliari. I “segni” che ci arrivano possono anche essere folgoranti, come l’uomo che in bar popolato di avventori catatonici, sotto Natale, si accorge della bellezza della neve.

Carlo Faricciotti

Sull’ infinitezza

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