S’ intitola “Bad Seeds. La Ballata di Re Inkiostro”, uscirà a inizio novembre per la casa editrice Odoya e si appresta a diventare una  strenna must per chi ama Nick Cave nella veste essenzialmente lirica. Il suo autore, Massimo Padalino, una delle firme italiane più preparate della critica musicale contemporanea, un romanzo all’attivo “Il Gioco”, arriva a Cave dopo una serie corposa di titoli dedicati al rock : Beatles, Queen, Capossela, le leggende nere della musica tanto per fare qualche esempio.

Nick Cave

Ora dunque Nick Cave. Un musicista che da sempre dedica alla parola un’attenzione minuziosa. Forse perché, cantata o anche solo pronunciata, è essa stessa la più intima voce umana che dai tempi dei tempi ogni musicista rincorre con assiduità cercando di estrarla dai più profondi meandri di ogni strumento. 

Come si relaziona Nick Cave con le parole?

In un senso quasi religioso. La considera un mezzo per indagare l’uomo, le sue passioni, il lato torbido e quello elegiaco. Risente delle letture di autori che ha amato fin dalla gioventù, da Rimbaud a Nabokov passando per Melville. Le ammanta di un senso che possiamo definire mistico.

In quarant’anni il musicista australiano ha scritto canzoni di ogni profilo. Citando un Nobel per la Letteratura, è possibile dire che anche lui contiene moltitudini?

Sì certo, Dylan. Soprattutto Dio è uno stampo profondo in lui, il Dio pascaliano. Cave parla di Dio in assenza, molti dei suoi personaggi lo invocano perché non c’è e vengono quindi agiti dal Male. Dio per lui è un meccanismo formidabile per le tematiche che vuole portare avanti, anche se lui si è sempre definito agnostico. 

Quindi qual è il suo vero rapporto con il Giudice Ultimo?

Per lui è un congegno letterario. In più interviste ha affermato che proprio non sa immaginarsi cosa ci attende dopo la vita. Certo, la morte tragica del figlio Arthur nel 2015 ha fatto sì che Dio diventasse la chiave per accelerare la sua necessità di scavare nell’interiorità dell’essere umano. Pur senza farne filosofia, i suoi versi acquistano echi filosofici.

Qual è il testo la cui poetica lo rappresenta meglio?

Distinguerei una prima fase in cui “The Mercy Seat da Tender Prey “del 1988 è perfetta per raffigurare la sua empatia con gli ultimi degli ultimi, i condannati a morte, la sedia elettrica. Successivamente citerei “Into My Arms”, da “The Boatman’s Call”. Siamo nel 1997, Cave ha iniziato un percorso per una poetica più pura, lasciando per la prima volta la scrittura narrativa in versi per una forma lirica autentica.

Come si potrebbe definire la sua poetica?

Manichea. La sua è una poetica degli opposti, dei contrari, del bianco e nero che gli permette di costruire un mondo intero. Le sue figure sono archetipiche senza contenere contorni psicologici. Il suo è un teatro delle passioni e delle emozioni.

Un disco particolarmente letterario è “Murder Ballads“. Perché Cave ha sentito l’esigenza di inserire in chiusura una canzone-rito come “Death Is Not The End” di Bob Dylan?

Appunto perché è una canzone-rito. Come aveva fatto undici anni prima con “Wanted Man” il pezzo che Dylan diede a Johnny Cash, riferimento vocale assoluto per Cave. Dylan è un modello per la sua scrittura per come lo aiuta a tendere al lirismo puro. All’inizio Cave è dominato dal blues, dai versi di Rimbaud che gli permettono di estrarre da sé versi molto forti poi entra in una sorta di classicismo e da quel momento Dylan, come Leonard Cohen e lo stesso Cash, diventa per lui una luce. 

Nel libro definisce “The Boatman’s Call” un album dallo humor nero. Ammetto che la cosa mi ha stupito.

Nel disco spesso condisce i versi con frasi denigratorie o autodenigratorie che l’ascoltatore non può che prendere sul serio. Invece, come lui ha ammesso, sono frasi di black humor, una sorta di presa in giro senza risultare parodistica. Insomma, un gioco di rimandi molto oscuro.

A proposito di “No More Shall We Part “ scrive che ogni canzone che la contiene è una preghiera.

Una preghiera all’Altissimo tout court. E sorge il sospetto che tutte quelle preghiere siano rivolte a un Dio che è lui stesso, una divinità che agisca dentro di lui. Senza alcuna megalomania. Cave ha il piglio del predicatore invasato, non certo l’anima.

Nell’ultimo disco, “Ghosteen”, il canto lascia il campo alla recita delle parole. In qualche modo un effetto compositivo lasciatogli dalla morte del figlio?

Un modo per evidenziare di più il suo cambio di scrittura, ormai intero flusso di coscienza, mentre prima era in bilico tra racconto e lirica. Il suo canzoniere ha iniziato a modificarsi da “The Boatman’s Call “poi, con gli ultimi tre dischi, “Push The Sky Away, Skeleton Tree” e appunto “Ghosteen” i suoi versi sono diventati nudo flusso. Dell’ultimo ha affermato che lo ha composto pensando molto di più alla parola che alla musica e quando dice parola intende il suono della parola che si crea pronunciandola. E ha pensato che l’espediente della pronuncia scevra dal canto gli servisse di più per arrivare al suo obiettivo.

Esiste una poetica della morte in Nick Cave?

 Certo, esiste una poetica caveana della morte. Nei suoi versi la morte non è qualcosa che dissolve le umane fatiche ma un mezzo che colpisce chi è già colpito dalla vita per sue colpe o per semplice destino. Lo sberleffo finale, niente di consolatorio.

Corrado Ori Tanzi

Bad Seeds. La Ballata di Re Inkiostro

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