Nomadland”, “la terra dei nomadi”, ma anche “la terra nomade”, è quella in cui si ritrova sbalzata Fern, una straordinaria Frances McDormand,  dopo aver perso il lavoro in una cittadina del Nevada rurale.

La donna prende armi e bagagli e li carica su un furgone, mettendosi on the road in cerca di nuovi orizzonti. Lungo la sua strada incontra dei veri nomadi, Linda May, Swankie, Bob Wells, guide e compagni di Fern nel suo vagare tra i paesaggi e i territori dell’Ovest. 

Gli uomini vanno e vengono

“Gli uomini vanno e vengono, le città   nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare… a volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è   un sogno, il pensiero un’illusione e solo la roccia è   reale. Roccia e sole”.

Mentre girava “Nomadland”, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2020, la regista Chloè Zhao cominciò a sfogliare un libro di Edward Abbey dal titolo “Desert solitaire”. Una stagione nella natura selvaggia e rimase colpita dalle parole che abbiamo citato. Quel brano divenne una specie di filo rosso per lei e per il film. 

Un percorso sofferto e profondo

Nomadland”, tratto dal libro di Jessica Bruder  “Nomadland”. Un racconto d’inchiesta, affonda le sue radici in una cultura americana che raccontava il viaggio, il nomadismo non come viaggio libero e selvaggio, ma come percorso sofferto e profondo. Si pensi per esempio a “Furore”, libro di John Steinbeck e film di John Ford.

La Zhao segue Fern e gli altri moderni nomadi in grandi panorami che sembrano inglobare uomini e cose, inghiottirli, cieli sconfinati che paiono voler accogliere, abbracciare queste anime inquiete.

Il mondo di “Nomadland” è popolato di anime inquiete, viaggiatori senza meta un po’ per scelta e un po’ per necessità, che sembrano aver dimenticato da dove sono partiti e non curarsi più di tanto di dove stanno andando. Un universo in cui la ruvida e poco accattivante Fern si incastra e con cui s’immedesima.

Scelta di stile

Intessuto della suggestiva colonna sonora di Ludovico Einaudi, il film non è una storia di homeless, ma di houseless. Una distinzione linguistica sottolineata da Fern sottile: questi nomadi non sono “senza casa”, ma “senza fissa dimora”, dato che la loro casa è il loro furgone.

Trascinati nel vuoto o approdativi per scelta, questi houseless sono raccontati in maniera rapsodica, frammentaria, non all’interno di un circolo narrativo forte, chiuso. Una scelta stilistica precisa che ci affascina ancor di più.

Carlo Faricciotti

Nomadland
NOMADLAND
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2 pensiero su ““Nomadland”di Chloé Zhao Leone D’Oro 2020”

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