È stata presentata il 16 ottobre, presso la Fabbrica del Vapore di Milano, in via Procaccini 4, un’esposizione riguardante il progetto sociale “CALCI : comunità resilienti”, ancora visitabile il 30 di questo stesso mese dalle ore 13 alle 23.

La mostra si propone l’ambizioso obbiettivo di favorire la creazione di luoghi di incontro, discussione e dialogo, partendo dalla memoria collettiva delle singole popolazioni, per mezzo del gioco del calcio, che come ogni sport di gruppo largamente praticato, favorisce da sempre l’integrazione, la comunicazione e lo scambio al di là delle differenze. 

L’esposizione 

Lo spazio espositivo è strutturato in maniera tale da essere itinerante, incline alla partecipazione attiva e facilmente fruito dalla collettività: all’interno si trovano, infatti, rappresentazioni di tutte le comunità prese in analisi in diverse parti del mondo, mettendo in luce la bellezza del singolo popolo. 

Ogni gruppo è stato descritto e mostrato attraverso testimonianze calcistiche, come maglie e foto, capaci di offrire una cornice e una risposta ai racconti di resilienza comunitaria vissuti dalle realtà narrate all’interno del progetto. Dando spazio a queste voci e storie, decisamente non facenti parti di quelle canoniche presentate da realtà come FIFA, si arrivano a toccare per mezzo dello sport argomenti decisamente più delicati, come le crisi ambientali, politiche e sociali che tante popolazioni vivono, riuscendo ad averne un’immagine più veritiera e meno filtrata dal comparto ideologico che spesso le deforma per fini opportunistici. 

Il progetto è ideato e costruito da Francesco Zema, che abbiamo avuto l’enorme piacere di intervistare.

Parlaci brevemente di te. Chi è Francesco Zema?

Ho 37 anni, milanese e papà di due splendide bimbe. Sono un professionista delle relazioni d’aiuto specializzato in community work e giustizia riparativa. L’integrazione comunitaria e la fragilità minorile sono i miei ambiti di intervento prediletti.

Qual è il tuo ruolo presso CONIFA?

Sono Global Director per il progetto No Limits, un’iniziativa volta a favorire dei percorsi d’inclusione sociale e sportiva per gli adulti con una-disabilità residenti all’interno dei territori connessi a CONIFA.

CONIFA è una federazione internazionale di calcio, fondata nel 2013, alla quale sono affiliate le squadre che rappresentano nazioni, Stati senza riconoscimento, minoranze etniche, popoli senza Stato e tutte quelle realtà non affiliate alla FIFA.

Come nasce “CALCI, comunità resilienti”?

CALCI è progetto personale che nasce dalla mia esigenza di voler portare i temi del sociale a una platea più ampia. Viviamo un’epoca caratterizzata da profondi cambiamenti e incertezze. In un mondo troppe volte polarizzato, iper-connesso e liquido, spesso il sociale viene visto e vissuto con superficialità e assuefazione. 

Con questo progetto, metto in scena delle storie di vita, di riuscita e di superamento tanto individuale quanto collettivo rispetto alle criticità della vita, qualunque esse siano. Lo faccio attraverso il linguaggio del calcio, Sport capace di offrire ponti d’incontro e conoscenza tra le culture. È uno sport universale giocato da tutti a tutti i livelli; ciò fa di esso il miglior mezzo di comunicazione per le mie storie. 

Si parla molto di resilienza e spesso il termine viene utilizzato in modo erroneo. Essere resilienti significa avere la capacità di modellarsi e rinvigorirsi a seguito di una frattura, un trauma. Quando la vita e il conosciuto perdono la loro linearità, la persona resiliente trova, spontaneamente o attraverso l’aiuto esterno. quelle risorse capaci di affermare e costruire un nuovo percorso. Un nuovo inizio che non può essere replica di un passato che non tornerà più come prima ma che sia però in grado di conservare i valori i ricordi e le positività di ciò che è stato.

Ci hai raccontato che ti piacerebbe portare il progetto “CALCI” anche in un’ottica di formazione delle scuole. Quali sono le aspettative e quali gli obbiettivi? A chi principalmente sarà rivolto?

Le mostre itineranti sono per me un pretesto per rendere il mio messaggio e le testimonianze visibili a quante più persone possibili. Da questi momenti io traggo il valore dell’incontro e dello scambio con i visitatori. Ognuno viene a vedere CALCI con un’aspettativa e un interesse personale. C’è il calciofilo, il collezionista, la persona attiva nel sociale e quella che semplicemente vuole fruire dell’arte e della cultura. Tutte queste anime entrano in contatto con le testimonianze e le storie e ognuna a proprio modo mi permette di raccogliere dei feedback importanti. Questi riscontri, uniti con il materiale da me prodotto, saranno oggetto di un percorso laboratoriale che vorrei portare nelle scuole superiori milanesi. L’obiettivo è quello di stimolare i giovani del quarto e quinto anno portando loro queste storie di resilienza e rendendoli protagonisti di veri e proprie azioni di progettazione partecipata e cittadinanza attiva. A ogni classe verrà dato modo di elaborare un percorso di Policy making volto alla ridefinizione del proprio quartiere o contesto di riferimento.

Quanto, secondo te, il Covid 19 ha influito su chi fa attivismo o comunque progetti nel sociale?

Il mondo delle relazioni d’aiuto sta vivendo un’epoca decisiva. Da un lato, la crisi sociale, sanitaria, educativa ed economica causata dal virus ha ulteriormente aggravato il contesto di marginalità sociale e la fragilità delle persone in stato di bisogno. Giovani a rischio, malati, persone con disabilità e famiglie in stato di povertà economica e ambientale, sono rimaste e rimarranno colpite a fondo. Dall’altra parte va detto che una crisi di tale magnitudo porterà a rivedere non solo il terzo settore, che vedrà sparire molte realtà con strutture poco sostenibili, ma l’intero sistema di welfare mix in vigore nel nostro Paese. 

In questo senso, il covid ha smascherato le lacune di questo mondo che, secondo me, deve un po’ ritornare a farsi prossimo nella forma più autentica e diretta possibile.

Che cos’hanno in comune le diverse persone con cui sei venuto a contatto durante i tuoi progetti e quali sono invece le differenze?

Cambiano i contesti, le fratture sociali e i funzionamenti comunitari, ma il vissuto intimo della fragilità, dell’esclusione sociale o delle fatiche della vita ha lo stesso valore sia che mi trovi in America latina o Asia, sia che lavori nei municipi 5 e 6 di Milano. Ogni biografia, ogni storia personale ha un valore unico, così come è unica la risposta resiliente che può nascere e determinarsi. Certo è che il contesto, le reti e la sensibilità del territorio, fanno la differenza. Ma non è solo una questione di tipo economico e gestionale. Nelle mie storie, porto esempi di successo, replicabile e sostenibili avvenuti in contesti poveri o con scarse risorse e servizi. Tutto sta nel tipo di coinvolgimento, lavoro comunitario e coesione sociale debba essere svolto e stimolato per produrre un cambiamento positivo e soprattutto utile ai portatori di bisogno.

Come ti immagini il futuro? sia di “CALCI” che tuo

Mi immagino così come oggi: appassionato e attivo nel sociale a 360 gradi. Rispetto a CALCI, guardo tutto con estrema chiarezza e semplicità: convivo con questa epoca incerta e porto avanti il mio giro d’Italia e d’Europa con spirito resiliente. Molte date andranno riviste o spostate, tante saranno le variazioni in itinere ma ciò che resta è la consapevolezza che grazie a questo progetto, già a oggi molte realtà si sono connesse tra loro di questo sono felice. Felice di aver stretto relazioni personali e significative con persone di valore in giro per il mondo.

I prossimi appuntamenti in programma

Decreti permettendo, il 30 ottobre si replica a Milano presso la Fabbrica del Vapore, dopodiché Napoli e Ponente Ligure a chiudere il 2020. Il 2021 vedrà invece coinvolte le realtà di Arezzo, Sabbioneta, Nizza, Bolzano, Lucerna, Trieste e Klagenfurt.

Laura Galasso

Calci comunità resilienti
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