«L’Italia è piena di negazionisti». Lo ha detto il conduttore televisivo di Piazzapulita, Corrado Formigli, nella puntata del 29 ottobre, in un acceso dibattito sull’attuale pandemia. Sullo schermo scorrono immagini di persone che sdrammatizzano il pericolo d’infezione, clientele di ristoratori che invocano la “libertà” di fare quello che più le aggrada

Ma allora, questo benedetto coronavirus esiste sul serio o è tutta una montatura? I pazienti pronati nelle rianimazioni ospedaliere sono reali o sono i protagonisti, alias manichini di gomma, di una scenografia hollywoodiana sul set dell’ultimo film post-atomico di Christopher Nolan? I morti di cui ogni giorno si fa la triste conta sono deceduti veramente o è il peggiore incubo del Prof. Galli in diretta permanente dall’Ospedale Sacco di Milano, strenuo difensore dell’ultimo baluardo contro la pandemia approdata prima in Europa e a seguire nel resto del mondo attraverso la “via della seta”? 

Le basi del metodo scientifico

Beh, per chi ha avuto la fortuna di non sottrarsi alle centinaia di ore scolastiche col capo chino su libri di filosofia, matematica, geometria e chimica, appropriandosi degli strumenti utilizzati quotidianamente dalla scienza, trovare la risposta non dovrebbe essere difficile. Il condizionale è d’obbligo, poiché tutto è discutibile e passibile di modifica. Nemmeno la legge di relatività di Einstein può salvarsi. Per tutti gli altri è un rebus. 

Proviamo a scavare un po’ più nella profondità di quello che ormai è un gigantesco problema di salute pubblica che rischia di trasformarsi in un autentico girone infernale, se non si riuscirà a trovarvi rimedio, per far emergere se non altro alcune delle ragioni all’origine di questo “impasse” prima di tutto mentale. 

Negazione o negazionismo?

In un bell’articolo, pubblicato su Internazionale il 15 luglio scorso, Francesca Coin spiega come il sociologo Keith Kahn-Harris distingua, in realtà, la negazione dal negazionismo. La “negazione” riguarda l’individuo che rifiuta psicologicamente di accettare come vero un fatto assodato. Una specie di processo di rimozione che forse facciamo tutti nel tentativo di ignorare una verità scomoda il più a lungo possibile. Il “negazionismo”, invece, non si limita a rimuovere la realtà, ma ne costruisce una alternativa. Un processo più complicato, secondo Kahn-Harris, conseguenza di diseguaglianze e strutture di potere della nostra società.

Tra i molti esempi di negazionismo si possono citare il tentativo di minimizzare i rischi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, quello di mettere in discussione l’olocausto che costò la vita a quasi 17 milioni di persone tra il 1933 e il 1945, fino agli studi sulla presunta tossicità dell’uso della nevirapina nelle donne incinte che hanno portato l’ex presidente del Sudafrica Thabo Mbeki a bloccare la fornitura di farmaci antiretrovirali per le donne in stato interessato.

Il paradosso della prevenzione

Negli ultimi mesi il concetto di negazionismo è stato evocato in tutti i paesi colpiti dall’epidemia di Covid-19. Nel raccontare l’aumento dei contagi in Africa, per esempio, la BBC ha descritto la reazione della popolazione di paesi come la Nigeria, dove il lockdown è stato addirittura introdotto prima che il virus si diffondesse per evitare il collasso del sistema sanitario, che ha accolto con diffidenza le misure di contenimento della pandemia. Insomma, lo vediamo tutti i giorni anche a casa nostra attraverso i nostri Tg: molti rifiutano psicologicamente di accettare la pandemia come un problema reale.

Christian Drosten, direttore dell’Istituto di virologia dell’ Ospedale Charité di Berlino ed esperto del governo tedesco sull’epidemia di Sars-cov-2, lo ha definito il “paradosso della prevenzione”. Nel momento in cui le misure di contenimento riescono a portare il virus sotto controllo, le persone vivono il lockdown come un’imposizione forzata. Magari invocando la Libertà come ha documentato Formigli a Piazzapulita. 

Per il virologo tedesco si tratta di un evidente paradosso, osservato anche nel nostro paese, dove la decisione del governo di chiudere buona parte delle attività produttive è stata vissuta come un trauma dagli abitanti di zone meno colpite. Anche qui, la negazione si è rilevata una reazione psicologica diffusa, che rimanda al tentativo di allontanare da se stessi una realtà disturbante e difficile da accettare.

La disinformazione, la misinformazione e la sfiducia

Il negazionismo è anche la decisione politica di ignorarla, aiutata dagli “esperti in poltrona” capaci spesso di suscitare nell’opinione pubblica incertezza, paura e rabbia per tutto quello che riguarda il Covid-19. 

Questo è l’humus, il terreno vivo sul quale prolificano disinformazione, misinformazione e diffidenza verso la medicina, comprese le teorie del complotto o cospirazione, come dir si voglia. A spiegarlo è l’esperta in salute del comportamento pubblico Jessica Jaiswal, dell’Università dell’Alabama negli Stati Uniti: 

  1. la disinformazione ha 2 accezioni: la diffusione intenzionale di informazioni false o fuorvianti per influenzare l’opinione pubblica o le azioni o le scelte di avversari o concorrenti da una parte, e la mancanza o scarsità di informazioni dall’altra;
  2. con il termine misinformazione si definiscono tutte quelle informazioni false o inesatte che hanno ampia diffusione, a prescindere che esista o meno l’intenzione di fuorviare o trarre in inganno;
  3. la sfiducia, invece, definisce un sentimento che più forte della mancanza di fiducia, associata al sospetto di qualcosa con cattive intenzioni. 

A questo punto due sono le principali forme di contrapposizione a prove scientifiche condivise che hanno cavalcato la pandemia: 

  1. la disinformazione diffusa da governo e istituzioni al fine di preservare il potere e minare i gruppi di popolazione già emarginati
  2. la sfiducia causata dalla disuguaglianza tra le comunità già vulnerabili da storiche condizioni di disuguaglianza. 

Attenzione a forze xenofobe e razziste

Non si tratta di una differenza dicotomica secca, ma una distinzione utile a delineare strategie per contrapporsi a disinformazione e diffidenza in tema di salute pubblica. Per esempio, un sondaggio condotto dal Pew Research Center lo scorso marzo ha rilevato come il 29% degli americani credessero che il virus della pandemia fosse stato sviluppato intenzionalmente in un laboratorio, con l’indice dell’accusa puntato su Wuhan in Cina.

Comunicare meglio per evitare equivoci

Bandire una terminologia che si fa forte delle teorie del complotto può aiutarci a capire meglio e quindi affrontare in modo più efficace disinformazione, misinformazione e sfiducia governate spesso dalla disuguaglianza sociale com’è emerso durante questa pandemia. Per questo i professionisti della salute e i medici hanno la responsabilità di comunicare la scienza in modo efficace, accurato e possibilmente accessibile a tutti, senza pregiudizi e con la consapevolezza che razzismo per cause religiose, etniche o sociali e altre forme di oppressione diventino le cause profonde della sfiducia guidata dalla disuguaglianza. 

Giorgio Cavazzini

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