Quando si parla di Giappone e Islam spesso la mente rimanda agli stereotipi più diffusi, senza che ci si soffermi ad approfondire la ricchezza che si cela dietro a queste due affascinanti culture.

Per aiutarci a esplorare da vicino l’arte del Medio ed Estremo Oriente, abbiamo chiesto aiuto a Francesco Civita, esperto in arte e cultura Giapponese e Islamica.

Prima di tutto, ci racconti qualcosa di lei, del suo percorso accademico e delle sue esperienze professionali principali. 

“Mi sono laureato in Lingue e Letterature Straniere con indirizzo Orientale (giapponese) ottenendo il massimo del voto con Lode. Durante la preparazione della tesi, avevo fatto richiesta di poter esaminare alcune spade giapponesi conservate al Museo Universitario di Antropologia ed Etnologia di Firenze e di redigere schede appropriate per ciascun esemplare. Grazie ad una lettera di presentazione dell’allora Direttrice l’Istituto di Antropologia, professoressa Sara Ciruzzi, riuscii a poter effettuare presso il Museo Stibbert di Firenze un esame altrettanto accurato di altri 5 esemplari di spada. Questi ultimi esemplari e quelli già esaminati all’Istituto universitario, costituirono il fulcro della Tesi di Laurea. Il giorno dopo la discussione, fui convocato dal Direttore del Museo Stibbert il quale mi offrì di studiare tutta la sezione giapponese (più di 2500 opere, prevalentemente spade, elmi, armature e accessori). Da quel momento, studiai a tappeto tutta la sezione, organizzandola e munendola di schede dettagliate.
Fui chiamato, poi, dall’Università di Tokyo alla fine degli anni’90 per un progetto in tandem con il museo fiorentino e collaborai con la prestigiosa università per più di tre anni, conservando contatti con alcuni professori emeriti dell’Università.
Nel 1998 sono divenuto curatore della sezione giapponese. Ho collaborato nel 2001 con la Todai (Università di Tokyo), il Gabinetto Viesseux, e la Fondazione Romualdo Del Bianco (RDB) all’apertura a Firenze della sede europea dell’Università di Tokyo in Firenze e da allora ho seguito molte iniziative anche con la Fondazione RDB in qualità di esperto dell’area Estremo Oriente, ideando eventi internazionali, come ad esempio Japanese Legacy nei due convegni a Firenze a scadenza biennale, che hanno portato a Firenze i massimi collezionisti europei ed americani di manufatti artistici giapponesi. 
Successivamente, nel 2005 e nel 2007 fui prescelto dall’ ICCROM e dal Tobunken di Tokyo per frequentare due corsi sulla lacca giapponese (urushi).
Nel 2008, al Museo Stibbert mi fu data anche la curatela della sezione islamica.
Nel 2009 ho concorso ed ottenuto la “Fellowship Andrew W. Mellon” per alcuni mesi presso il Dipartimento Armi ed Armature Giapponesi del Metropolitan Museum di New York, dove, in occasione della mostra “The Art of The Samurai”, ho potuto osservare le differenti metodologie riguardo l’allestimento, la messa in opera, la conservazione dei manufatti giapponesi, molti dei quali tesori nazionali.
Infine, intorno al 2007 fui contattato dal CNR per un progetto riguardante l’analisi profonda dei manufatti in metallo sia ferroso che in lega attraverso la diffrazione neutronica. Aderii al progetto, ottenendo l’associatura al CNR-ISC (Istituto Sistemi Complessi): con il team del CNR-ISC, abbiamo proficuamente lavorato in Inghilterra, Svizzera, Germania ed Italia, e pubblicato oltre 15 articoli e saggi in contesti internazionali fino al 2017, anno in cui ho dato le dimissioni come curatore.”

Lei è stato uno degli ultimi allievi dell’etnologo Fosco Maraini: che ricordo ha di questo professore? 

Fosco Maraini è stato per me realmente un Maestro e, come spesso accade, la sua figura è divenuta per me molto più importante quando, ahimè, lui ci ha lasciato.
Ricordo che da studente di storia all’ Università del Magistero, fui incuriosito un giorno dalla comparsa di una locandina su un corso di lingua e cultura giapponese del già famoso Fosco Maraini di cui avevo sentito parlare alcune volte in famiglia. Mi decisi, quindi, di andare ad assistere ad una sua lezione e fui sorpreso nel vedere così poche persone.
Fui letteralmente rapito dai modi garbati e dallo stile oratorio raffinato di quell’uomo dall’aspetto di un gentleman inglese di campagna, con tanto di ascot o cravatta in tinta su canonica giacca di tweed. Riusciva veramente a catturare la nostra attenzione e a far scorrere le lancette in un mondo senza tempo, salvo poi risvegliarci al suono della fine dell’ora.
Mi piacque subito e iniziai a frequentare le sue lezioni, anche quelle del secondo anno (impropriamente), cosa che lo stupii, tanto da dirmi: “Giovanotto, capisco il suo interesse ed entusiasmo, ma prima dovrebbe fare l’esame del primo anno… sempre che voglia frequentare il mio corso, non le pare?”. Ricordo ancora il suo sorriso sottecchi.
Me lo ricordo come una persona davvero straordinaria, che guidò in un certo senso la mia passione per il Giappone.” 

Com’è nata la passione per la cultura e, in particolare, per l’arte del Medio ed Estremo Oriente? 

“La passione per la cultura giapponese è nata sin da quando avevo 7 anni.
Trovai nell’enciclopedia “Il Milione” la parte dedicata al Giappone e, più o meno in quegli anni, vidi per la prima volta” I Sette Samurai” di Kurosawa Akira. La figura del samurai, il suo codice etico e quella sua disciplina rigidissima credo mi abbiano portato a studiare più a fondo la cultura giapponese, la società del tempo e quella moderna, con i suoi risvolti unici e i loro meccanismi relazionali. E attraverso le loro opere d’arte, con quella bellezza così raffinata e ricercata, apprezzare anche la sensibilità di un popolo straordinario.
I miei anni di studio e di ricerca come curatore museale mi hanno, poi, dato la possibilità di approfondire le conoscenze sulle arti tradizionali giapponesi e su quelle islamiche, quest’ultime ormai quasi perdute purtroppo.”

Ha curato diverse mostre, svolto numerosi incarichi e tenuto diverse conferenze per università, musei ed enti pubblici e privati: c’è una situazione tra queste che considera particolarmente significativa?

“Le ultime mostre che ho curato al Museo Stibbert, cioè quella sui samurai (2013-2014) e quella dedicata all’Islam (2015-2016).
Per queste due mostre, entrambe di un notevole successo e con richieste poi internazionali, ho provato a implementare l’esperienza emotiva dello spettatore con l’introduzione di elementi emozionali tali da indurre il visitatore a “vivere” le mostre come se lui entrasse con i sensi in quei rispettivi mondi, in quelle rispettive culture e fosse sollecitato nel volere scoprire meglio l’intangibilità di quelle stesse culture.
Volevo che il visitatore si emozionasse nel sentire le atmosfere e nell’ammirare quegli oggetti.
La prima mostra, quella sui samurai, era arricchita da luci dedicate, soffuse e colorate che facevano risaltare le opere in mostra esaltandone certe particolarità, altrimenti impossibili da cogliere.
La seconda mostra, quella sull’Islam, era una sorta di evoluzione della prima: avevo aggiunto la musica (taksim e pezzi strumentali dell’area musulmana del XVI-XVII secolo), i profumi (con un’essenza creata apposta per quella mostra) e con il miglioramento delle luci dedicate e dei fondi delle vetrine.
Credo che queste ultime due mostre abbiano portato, nel loro piccolo, un bell’apporto ad una nuova concezione di mostra, di cui credo ora si senta un gran bisogno.”  

Durante le sue ricerche, si è appassionato a qualche argomento in particolare?

“In tutte le ricerche e gli studi che ho svolto come curatore ho sempre cercato di non soffermarmi mai troppo sull’apparenza dell’oggetto, ma gradualmente di andare al di là dell’oggetto stesso, provando a capire il perché, il come quel dato oggetto fosse stato realizzato e da chi. Questa tendenza è certamente un retaggio dell’insegnamento ricevuto da Fosco Maraini, che sempre ci spronava a esplorare le motivazioni e i risvolti antropologici riguardo le nostre ricerche.
Ho applicato questo metodo sui manufatti giapponesi come le spade e le armature e ho notato in questi la dicotomia del “bello e del terribile“, una caratteristica presente in tutte le armi, forse, ma in special modo in quelle giapponesi.
Questa peculiarità, secondo me, corrisponde esattamente alle valenze culturali del Giappone. Si intuisce la presenza di questi due aspetti così contrastanti in molte espressioni della loro cultura. Pensiamo, per esempio, al la lama forgiata delle katana, le spade dei samurai: al di là del loro terribile filo tagliente e della proverbiale robustezza, vi è anche un aspetto di pura bellezza riscontrabile nella loro forma e nei profili delle zone temprata che nella molteplicità di forme e di disegno, tutte, senza eccezione, assai pragmatiche. Fanno riferimento al mondo naturale, come una distesa di nuvole, una linea appena percettibile di orizzonte, oppure le onde su una battigia. Sono tutti elementi che danno la misura di una sensibilità artistica straordinaria e quindi della sensibilità della cultura che l’ha espressa.
Nel corso degli anni, poi, si è resa evidente la necessità di conoscere e far conoscere le culture nella loro essenza più vera. E’ per questo che ho colto con entusiasmo l’invito del “Movimento Life Beyond Tourism-Travel To Dialogue” a tenere un corso base di introduzione alla cultura e alla società giapponese di ieri e di oggi. A questo progetto ho, poi, voluto dare un seguito a sto costruendo un corso online per rendere questo affascinante viaggio nel Giappone più autentico ed accessibile a chi è intenzionato a recarvici.”

Prendiamo, ora, come riferimento la cultura islamica e giapponese: a livello artistico, esistono dei punti di contatto con la produzione occidentale o si tratta di concezioni completamente diverse? 

Per quanto riguarda l’Islam, quale può essere miglior esempio delle architetture moresche in Spagna o la bellissima Cattedrale di Palermo, in cui influssi artistici islamici si mescolano con quelli romanici, bizantini, normanni, gotici?
L’arte islamica ha certamente donato molti elementi all’arte occidentale: i famosi arabeschi, le volute floreali che si ritrovano in ogni dove e addirittura incise ed incrostate sugli acciai persiani degli armamenti difensivi. E poi, ancora, le tausio koftari, le dorature a foglia persiane, simili alle nunome-zōgan giapponesi, sono comparse in occidente come forma decorativa sugli armamenti.
Potrei elencare altre soluzioni artistiche che hanno unito le nostre culture e le nostre arti.
Attraverso la Via della Seta, il Giappone ed il Medio Oriente si sono mutuati idee e stili decorativi, tecniche metallurgiche, scultoree, di intaglio del legno, nonché i colori, le forme, le ridondanze decorative, i tessili, le porcellane, per non menzionare, poi, le lacche e le sete.
Con gli albori del giapponismo, quel fenomeno artistico e di pensiero che percorse tutto l’Occidente a più riprese, molti elementi dell’arte giapponese influenzarono le nostre arti, contribuendo ad arricchire movimenti come l’Art Decò o il Liberty.
Da parte dell’Occidente, fin dalla metà del XVI secolo, si assistette precipuamente a un apporto stilistico e tecnologico in Giappone, particolarmente sensibile verso di noi con il termine di Arte Namban, (Namban significa barbari del Sud), che si accrebbe sempre di più nei secoli successivi, senza, però, mai divenire una forma artistica o di pensiero importante, almeno fino al terzo quarto del XIX secolo, quando il paese del Sol Levante visse un cambiamento sociale assai difficile.”  

Per quanto riguarda, invece, l’aspetto sociale: storicamente, quali peculiarità convergono e quali, invece, divergono maggiormente tra Giappone e Occidente?

“La prima cosa che mi viene in mente è la differente concezione della responsabilità: in Giappone è collettiva, mentre in Occidente si tende molto di più all’individualità.
In Giappone, la società funziona se ognuno fa il proprio dovere in una ottica di gruppo e di collettività: il sacrificio personale è sopportato e accettato in chiave di benessere collettivo. E’ un fenomeno interessante, che ha sempre aperto seri dibattiti, perché presuppone una grande fiducia nelle capacità del paese e sulla forza che può esprimere se unito. Questo aspetto comporta l’adozione di protocolli comportamentali precisi e rigidi che si acquisiscono fin da piccoli nel contesto familiare, scolastico, universitario e lavorativo. Ciò comporta un livello di stress individuale non indifferente, che viene sopportato e supportato in vari modi.
Tutto questo in Occidente rappresenterebbe un problema complesso, perché presupporrebbe l’adozione di un modello sociale molto diverso da quello normalmente accettato e seguito.”    

Ci sono delle usanze o delle filosofie di vita appartenenti a queste culture che apprezza particolarmente e/o che ha fatto sue?

“Faccio sempre riferimento alla cultura giapponese, perché fa parte più del mio background rispetto a quella islamica.
Ho praticato Kendō, la scherma giapponese, per tanti anni. Ho iniziato pochi anni prima dell’università e l’ho dovuta interrompere cinque anni fa.
Questa arte marziale, senza mancare di rispetto alle altre arti marziali giapponesi, per me è la più affascinante e completa, perché ti insegna cosa sia il sacrificio, l’altruismo, la sincerità, il rispetto, il dovere, la fratellanza, il corretto comportamento anche e soprattutto nella vita di ogni giorno.
E’ un percorso individuale e collettivo, nel senso che gradualmente si diventa consapevoli di essere uno tra altri come te. Anche le altre arti hanno queste caratteristiche, ma il Kendō ha qualche marcia in più.
Non l’ho mai considerato uno sport e quando lo insegnavo cercavo di trasmettere ciò che avevo imparato e che è divenuto parte di me.”

Ne abbiamo parlato poco fa, ma sarebbe interessante tornare sulla figura del samurai, dato che molte delle sue pubblicazioni ne parlano.

“I samurai sono interessanti per molti versi, vale davvero la pena approfondirla.
I miei scritti, specie l’ultimo sull’argomento, cercano di presentare un quadro di questa figura dal punto di vista introspettivo e i suoi riflessi sulla società attuale del Giappone.
Il Bushidō, il loro codice etico e comportamentale, è solo in parte preparatorio alla buona morte in battaglia e al servizio della casata di cui il samurai faceva parte: in realtà e in profondità, il Bushidō è un codice per la vita e per ricordare di vivere nel modo migliore possibile, in ogni momento, ogni giorno, ottemperando ai doveri e alle cose belle della vita. Da questo punto di vista, il Bushidō è un testo straordinario.“ 

Sappiamo che è appassionato di fotografia: quando ha scoperto questa attività e cosa la coinvolge maggiormente quando si trova dietro all’obbiettivo?

“La fotografia è sempre stato un mio pallino: a 14 anni mi regalarono la mia prima Reflex, una Fujica.
Quando viaggio, quasi sempre torno con diverse centinaia di scatti.
In Giappone fotografo la natura, i volti delle persone, i luoghi nascosti, qualsiasi cosa mi ispiri in quel momento. Ho una predilezione per i tetti tradizionali e per i fiori, per le cose semplici e belle, e per le macro. Il Giappone è una vera e propria miniera di ispirazioni e di spunti, anche per la fotografia.
I miei scatti, anche fuori dal Giappone, sono più o meno gli stessi: cerco la bellezza nascosta e credo di trovarla da tutte le parti, come anche in tutte le forme d’arte che mi ispirano e specialmente nella Natura, la più bella dei capolavori che abbiamo.” 

Cosa vuole comunicare con i suoi scatti?

“Vorrei comunicare la bellezza, la bellezza della semplicità, la straordinaria armonia che ci circonda.
Cerco di essere semplice e diretto, perché penso che la Natura lo sia con noi in tutte le sue forme, anche in quelle più terribili.
Se fotografo opere d’arte, tento di cogliere la dignità e la bellezza che sprigionano e di rendere testimonianza delle capacità dell’artista che le ha prodotte.
Nella piccola pubblicazione di “Emozioni Nascoste” ho cercato proprio questo e anche di mostrare le attenzioni che un visitatore potrebbe avere visitando un museo.
Le fotografie possono rendere palesi queste qualità e ora, con questa emergenza obbligata, potrebbero essere una valida alternativa nell’impossibilità di ammirare personalmente i soggetti ritratti.
La fotografia è una bella forma di conoscenza indiretta di luoghi, di maestrie, di sensibilità, di diverse realtà: in momenti difficili e chiusi, ammirare una fotografia forse potrebbe rappresentare una valida finestra sulle nostre fantasie e mostrare l’essenza intrinseca della realtà, spesso invisibile all’occhio moderno distratto.“   

Ringraziamo Francesco Civita per la disponibilità e per averci guidati alla scoperta dell’arte orientale con una passione più unica che rara. 

Valentina Geminiani 

Francesco Civita
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