Come e più dello scherzo sulle false teste di Modigliani con cui tre ragazzi di Livorno nel giugno 1984 sbugiardarono i critici d’arte italiani. 

Siamo nel 1998. David Bowie, appassionato di pittura e collezionista di quadri (possiede L’Annunciazione del martirio di Santa Caterina di Alessandria di Tintoretto) è solito organizzare party nel suo lussuoso loft a in Houston Street a Manhattan. Questa volta l’occasione è ghiotta: il lancio della biografia di un pittore sconosciuto, Nat Tate, a firma di William Boyd. Il jet set newyorchese fa a gara per farsi invitare. Oltre all’autore e a Bowie, all’evento arrivano personalità come Gore Vidal, Jeff Koons, Jay McInerny, Paul Auster, Frank Stella e Julian Schnabel. Tanti i critici e giornalisti delle più celebri testate americane e britanniche. 

La storia è servita

La festa è un successone, Bowie rilascia dichiarazioni entusiaste su Nat Tate e afferma di essere riuscito a mettere le mani su un suo quadro a olio, mentre Vidal critica il sistema incapace di comprendere un artista del genere.

Già, ma che artista è? In sintesi, un giovane esponente dell’Espressionismo astratto, frequentatore di Picasso e Braque, amante di Peggy Guggenheim che, vittima di un profondo collasso nervoso, l’8 gennaio 1960, dopo aver bruciato quasi tutte le sue tele convinto di essere un artista mediocre, prese il ferry per State Island e si gettò nelle gelide acque dell’Hudson. Il corpo non venne mai ritrovato. Aveva 32 anni. 

C’erano tutti

Il mondo di Vip e Sip (self-important people, gente che si autobattezza very important) non poteva permettersi di non conoscere il pittore maledetto che si stava catturando New York. Tutti a correre dietro al nuovo fenomeno imperdibile. Finché non avviene il big-bang. Nat Tate non è mai esistito. Gli autori (tra cui Bowie, Vidal e Boyd) escono allo scoperto raccontando la beffa. Hanno costruito un artista a partire dal nome (una crasi tra National Gallery e Tate Gallery), creato un quadro a sua firma (uno scarabocchio di Boyd), creato un personaggio e lo hanno dato in pasto al gonfiato mondo del nulla. «Avevamo scommesso sul fatto che a Manhattan nessuno avrebbe avuto il coraggio di ammettere di non avere mai sentito nominare Nat Tate e abbiamo avuto ragione», dice un gaudente Duca Bianco. 

Vero o falso, conta ancora?

Come reagì il “mondo che conta”? Si sa che Koons la prese malissimo, mentre la direttrice della galleria Modern Paintings disse che se allora il mondo stava ridendo di loro un giorno avrebbero potuto loro ridere del mondo. Affermazione mica campata per aria visto che nel 2001 Sotheby’s avrebbe battuto Bridge no. 114 “l’ultimo quadro” del fantomatico pittore a 7.500 sterline.

Lo scorso settembre Neri Pozza ha dato alle stampe la traduzione italiana del libro di Boyd che permette di provare come ormai il mondo dell’arte si sia così aggrovigliato da non limitarsi a vendere opere ma se stesso. E, Boyd scrive nella postfazione, come sia possibile sguinzagliare per il mondo i propri mostri. Vero e falso si sono amalgamati. In nome del conio, ovvio. Ma con grande spazio per una beffarda risata.

Corrado Ori Tanzi

Nat Tate
Bowie
bridge n. 114
Ritratto-di-Nat-Tate
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Nat Tate
Nat Tate
cover inglese
Nat Tate
Nat Tate Bowie bridge n. 114 Ritratto-di-Nat-Tate 54bd8de4ef549_-_art-hoax-0411-4-de Nat Tate Nat Tate cover inglese Nat Tate

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