Lo scorso 25 novembre è ricorsa la Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne e una voce tra tante si è levata forte e chiara, una straziante testimonianza di una ragazza che ha vissuto un’esperienza terribile e che ha deciso di raccontarla: quella di Beatrice Paola Fraschini

Lo scorso anno, Beatrice è stata rinchiusa in casa e sequestrata dal suo ex fidanzato per quattro interminabili giorni, durante i quali ha subito violenze di ogni tipo. Fortunatamente, è riuscita a salvarsi e, a distanza di un anno, ha iniziato a divulgare la sua storia per mettere in guardia chi rischia di trovarsi in una situazione come la sua e per dare forza a chi, purtroppo, la sta vivendo. 

Abbiamo incontrato Beatrice e le abbiamo chiesto di raccontare la sua storia.

Iniziamo con una piccola premessa: come vi siete conosciuti tu e il tuo ex fidanzato e quanto siete stati insieme?

Io e Giacomo ci siamo “notati” ad inizio del 2015: a fine 2014 avevamo iniziato entrambi un percorso nel cammino neocatecumenale e ci siamo ritrovati nello stesso gruppo, ma nei mesi precedenti all’inizio della nostra frequentazione non avevamo fatto caso l’uno all’altra. 

La nostra storia è durata circa 4 anni e mezzo.

Veniamo adesso al ricordo di quei quattro giorni di reclusione: cosa è successo durante il sequestro?

Sabato 1 giugno 2019 sono andata a casa di Giacomo per trascorrere con lui il fine settimana, come avevamo fatto mille altre volte. Non avevo detto ai miei che sarei andata da lui perché negli ultimi mesi avevamo avuto spesso delle liti molto animate e i miei avevano il sospetto che lui mi facesse del male; per cui avevo detto che sarei andata via per un paio di giorni a casa dei parenti di una mia amica.

Quel sabato io e Giacomo abbiamo fatto un giro e pranzato insieme; poi, nel primo pomeriggio, a causa di una lite banale si è scatenata la “furia”. Mi ha messo le mani al collo fin quasi a soffocarmi e io ho perso i sensi; mi sono poi svegliata a letto, col volto gonfio e lui che mi diceva che era “colpa mia, che lo avevo portato a quel punto”. Per paura che io avessi una reazione esagerata nel vedermi col volto tumefatto, mi ha impedito di guardarmi allo specchio fino al giorno successivo, quando, comunque, mi ha detto di non gridare altrimenti mi avrebbe picchiata ancora (come che poi ha comunque fatto).

Da questa prima aggressione si è innescato un vortice che ha fatto peggiorare le cose sempre di più. Dopo quel primo “sei stata tu a portarmi a questo”, ha continuato dicendo che mi sarei dovuta aspettare una reazione del genere perché, secondo lui, in 4 anni io mi ero sempre approfittata di lui. Mi accusava di averlo usato per i miei scopi (tra questi, citava il fatto di aver scritto la tesi di laurea sulla riforma degli OPG, per la quale avevo chiesto la sua testimonianza diretta; senza, per altro, fare mail il suo nome) e aggiungeva che, siccome io sapevo benissimo della sua malattia, avrei dovuto essere io ad aver maggior cura, cosa che, sempre secondo lui, non avevo mai fatto. Per lui, avevo sempre giocato coi suoi sentimenti e lo avevo tradito per tutto il tempo della nostra relazione.

Poiché io ribattevo a tutte le accuse, infondate e senza ogni logica, lui ha continuato a picchiarmi ovunque, dalla testa alle gambe, prevalentemente nella parte alta del corpo, e in qualsiasi modo. Mi dava calci, pugni, sberle, ginocchiate e mani al collo: in quei giorni ho perso i sensi più di una decina di volte. Ha continuato in questo modo fino alla mattina dopo, quando, calmatosi per un breve momento, mi ha fatto fare un bagno per pulirmi un po’ di sangue. Mi aveva detto che avrebbe fatto passare un paio di giorni per far sì che il mio volto si sgonfiasse un po’ e poi mi avrebbe fatta tornare a casa. Io mi sono fidata, anche perché non volevo contraddirlo di nuovo, e così non ho detto nulla: ero totalmente sotto shock che non sapevo neanche come reagire.

Purtroppo, nel momento in cui mi ha posto nuovamente domande sul perché mi fossi comportata nel modo che diceva lui per tutti quegli anni, le violenze sono ricominciate. Più mi opponevo e più mi picchiava. Dovevo chiedergli il permesso per fare qualsiasi cosa, persino bere o andare in bagno e anche in questo caso lui mi seguiva: non voleva che passassi nemmeno un momento da sola.

La domenica sera, Giacomo mi ha portata fuori, senza occhiali e senza telefono: il giorno prima, aveva messo la mia SIM nel suo telefono per controllare i messaggi. Non mi ha detto nemmeno dove stessimo andando. Abbiamo preso i mezzi e siamo andati in Stazione Centrale, presso la quale ho saputo dopo che era andato per comprare del fumo. Nessuno ci ha fermati, né ha chiesto se ci fosse qualche problema.

La sera della domenica notte è stata abbastanza tranquilla, ma il lunedì mattina ha ripreso a picchiarmi, perché secondo lui avevo dormito troppo e non ne avevo bisogno. 

Da quel momento, le botte sono state praticamente continue fino al martedì mattina. 

Io avevo smesso di rispondere alle domande nel tentativo di farlo smettere, visto che se ribattevo le botte continuavano. Ovviamente non era servito a nulla. 

Martedì mattina, Giacomo ha riempito la vasca da bagno con l’acqua gelida e mi ha infilata dentro, ben sapendo che io soffro il freddo. In più, forse, sperava di farmi passare un po’ i lividi. Lì ha provato ad annegarmi e ha continuato a tirarmi calci e pugni alla testa. Ad un certo punto mi ha tirata su di peso e mi ha detto di uscire: “Pulisci la tua merda – avevo il ciclo e l’acqua si era sporcata di sangue -, poi vai a vestirti e vieni di là. Adesso mi dici quello che voglio sentirmi dire, altrimenti ti uccido!” e se n’è andato. È stato il primo momento, dopo 3 giorni abbondanti, in cui rimanevo da sola. 

Sono andata in stanza e, anche se per un istante ho pensato di fare quello che mi aveva chiesto, il mio cervello mi ha spinta a scappare. Sapendo che la porta di casa era chiusa a chiave e che ci avrei messo più tempo e avrei fatto più rumore, mi sono fiondata alla portafinestra e ho scavalcato il balcone del secondo piano. In qualche modo sono riuscita a dondolarmi e cadere al primo piano, ho bussato alla finestra, ma non c’era nessuno. Nel frattempo, ho sentito lui sporgersi sul balcone: “Oddio, Bea, ma cos’hai fatto?!”. Avevo il terrore che potesse venire a prendermi, così ho scavalcato anche quel balcone e sono atterrata in cortile. Ho visto che riuscivo ad alzarmi e ho zoppicato verso la porta del passo carraio. Lì ho sentito la voce di una signora e ho iniziato a gridare aiuto: lei ha aperto la porticina del cortile e io sono corsa dentro. La signora voleva costringermi ad andare su da lei, ma io avevo sempre l’idea che Giacomo corresse giù a cercarmi e che, se ci avesse trovate, ci avrebbe ammazzate entrambe. 

A quel punto, sono uscita in strada e sono entrata, nuda e sanguinante, nel panificio lì di fianco. I panettieri sono stati gentilissimi: hanno fatto uscire tutti i clienti, mi hanno dato dei vestiti e sono stati lì a rincuorarmi finché non sono arrivate ambulanza e polizia pochi minuti dopo.

In quei giorni, i tuoi genitori hanno provato a contattarti: come si sono comportati quando hanno capito che qualcosa non andava?

Domenica pomeriggio i miei sono venuti a citofonare: era dalla sera prima che non mi sentivano perché lui mi aveva rotto il telefono. Avevano contattato l’amica con cui avevo detto di essere e lei, ovviamente, ha detto di non essere con me. 

I miei genitori e la mia amica sono, quindi, venuti a casa di Giacomo. Lui mi ha trascinata al citofono e mi ha fatto dire che non li volevo vedere e che se ne dovevano andare. Non so perché in quel momento non abbia chiesto aiuto: ero completamente terrorizzata e mi ero convinta che dopo poco tempo sarei tornata a casa. Volevo “risolvere la cosa da sola” senza creare problemi ad altre persone, soprattutto ai miei. Mia mamma è riuscita ad arrivare alla porta dell’appartamento facendosi aprire da dei vicini, ma Giacomo l’ha aggredita e cacciata via.

A quel punto, i miei sono andati dai carabinieri del commissariato di quartiere per denunciare la situazione. Hanno esposto i fatti dicendo che sapevano io fossi in pericolo e che se avessero controllato la fedina di Giacomo avrebbero capito anche loro perché. Lui, infatti, aveva dei precedenti. I due pubblici ufficiali hanno risposto loro che “ero andata di mia spontanea volontà e che ero maggiorenne”, dunque non avrebbero comunque potuto far nulla. Così i miei sono tornati a casa, sperando di sbagliarsi.

Prima di andare dai carabinieri, mia mamma e mio papà avevano chiesto ai vicini di casa, due ragazzi, di chiamare i soccorsi se avessero sentito qualcosa. Questi, che ai miei avevano detto di non aver sentito nulla, alla polizia avrebbero poi dichiarato di aver sentito confusione, ma di non essere intervenuti per “non andare nei casini”.

Quello che colpisce è che durante queste orribili giornate sei anche uscita con lui che ti strattonava e conduceva dove voleva: nessuno ti ha aiutata?

Esattamente. Pur avendomi vista completamente tumefatta e sanguinante in volto, nessuno si è fermato per aiutarmi o anche solo per chiedere se fosse tutto a posto.

Giacomo è stato arrestato la sera stessa, dopo la tua fuga: qual è stata la condanna e per quale capo di imputazione specifico?

Al momento dell’arresto ero in ambulanza, per cui so quello che mi è stato raccontato e che è riportato nel verbale.

Al contrario di quanto avevo pensato, Giacomo si era chiuso in casa, tant’è che i poliziotti hanno dovuto sfondare la porta per poter entrare. Lui già in precedenza mi aveva detto che non sarebbe più tornato in galera e che “avrebbe fatto di tutto per finirla in un altro modo”: infatti, ha tentato di prendere l’arma ad uno degli agenti, che ha anche aggredito. E’ stato ammanettato dopo che uno dei poliziotti ha usato lo spray al peperoncino per stordirlo.

Arrivato in strada ha trovato mio padre e l’ha squadrato con uno sguardo misto tra sfida e odio: mio papà ha provato a lanciarsi contro di lui, ma, fortunatamente, è stato fermato dal ragazzo dell’ambulanza.

Giacomo è stato portato praticamente subito a San Vittore, dov’è ancora adesso. 

Il 26 novembre dello scorso anno è iniziato il processo di primo grado, che si è concluso il 20 febbraio con una condanna di 9 anni, scontati a 6 per il rito abbreviato, più un ulteriore anno, come minimo, in struttura psichiatrica per la valutazione della pericolosità sociale. 

Durante il processo è stato posto a perizia psichiatrica: il suo avvocato voleva tentare ancora la carta dell’incapacità d’intendere e volere. Fortunatamente, il perito che ha eseguito l’esame si è innanzitutto resa conto che lui stava cercando di manipolare anche lei, poi ha capito che tutto quello che era accaduto era stato fatto con perizia e coscientemente. 

È stato riconosciuto un parziale vizio di mente solo per l’aggravante della crudeltà.

Giacomo avrebbe dovuto essere trasferito a Bollate, ma poi, con l’inizio del lockdown, il trasferimento è stato rimandato.

Hai avuto severe conseguenze sul tuo fisico in seguito alla tua fuga.

A parte le conseguenze psicologiche, che fortunatamente, sono state abbastanza “limitate” e sulle quali sto continuando a lavorare con la psicologa, sì, ho avuto numerose conseguenze fisiche dovute sia alla caduta che, ovviamente, alle botte: ancora oggi, a più di un anno di distanza, si fanno sentire molto.

In seguito alle botte ho riportato: microfratture al cranio e alla mandibola, timpano perforato, setto nasale fratturato, due coste rotte per parte e la lesione di alcune vertebre e un’ernia. Le vertebre, poi, nella caduta si sono fratturate, assieme al piede destro, in particolare il calcagno, il malleolo peroneale e il 4° e 5° metatarso. 

Ad oggi, il piede è quello che mi dà più problemi e la mattina mi sveglio con un dolore tale da non riuscire ad appoggiarlo a terra. La schiena va meglio, anche se a volte si fa sentire: il vero problema, in questo caso, è che la muscolatura contratta a causa delle vertebre fuori posto si riflette nella parte addominale, creandomi dolori costanti. 

Sto facendo ginnastica e sono in cura con un medico amico di famiglia che si occupa di terapia del dolore. Mi hanno spiegato che per tornare ad una situazione “normale” ci vorranno circa 5 anni. Ne è passato appena uno e mezzo, per cui devo avere ancora pazienza. Le cose alle quali devo stare veramente attenta, e che mi hanno proibito di fare, sono correre e sollevare carichi, perché rischierei di lesionarmi la schiena definitivamente.

Torniamo indietro a prima che tu subissi questa violenza: ci sono stati segnali, frasi, atteggiamenti o azioni che avrebbero potuto far intuire che un atto così estremo potesse verificarsi?

Sicuramente, col senno di poi, avrei dovuto evitare fin da subito di iniziare la relazione con Giacomo, non fosse altro che per i suoi precedenti penali, sempre inerenti violenza sulle donne.

Giacomo si era dimostrato fin da subito una persona estremamente gelosa e con la mania del controllo sui miei spostamenti e le mie frequentazioni. Questi suoi atteggiamenti, però, erano mascherati da “attenzioni amorose” e, infatti, ricambiava comunicandomi a sua volta ogni suo spostamento. 

Altro elemento che avrebbe dovuto destare sospetti era il suo parzializzare le situazioni. Se facevo qualcosa che non gli andava bene e lui la rifaceva esattamente uguale, nel suo caso era “diverso”, perché aveva una certa situazione alle spalle, perché lui era malato.

Ha, poi, sempre commentato il mio modo di vestirmi e truccarmi, dicendo che il mio intento era sempre quello di attirare l’attenzione altrui.

Da ultimo, negli ultimi mesi aveva iniziato ad essere aggressivo: mi tirava schiaffi, mi stringeva i polsi o mi lanciava addosso oggetti quando litigavamo. Ho tentato di giustificare la cosa col periodo difficile che stava vivendo, ovvero la fine del processo di appello e la separazione dei suoi, ma in fondo sentivo che c’era qualcosa di profondamente sbagliato, soprattutto perché le violenze continuavano a crescere di frequenza e intensità.

Quali sono, quindi, i campanelli d’allarme che possono salvare una persona dalla violenza?

Un primo campanello d’allarme è sicuramente la gelosia eccessiva e immotivata, così come il controllo su qualsiasi aspetto della vita dell’altra persona: dal cellulare alle amicizie, dalle frequentazioni all’abbigliamento, fino agli spostamenti. Il resto viene dopo, ma è evitabile se l’allerta si attiva già a questi primi segnali.

Quali figure bisogna interpellare e a chi si può chiedere aiuto se si immagina che una relazione possa degenerare?

Generalmente si pensa che gli unici cui ci si possa rivolgere sono polizia e/o carabinieri, che però, purtroppo, per questioni burocratiche o per sottovalutazione della situazione non intervengono nei tempi richiesti. 

Ci sono altre figure molto più preparate alle quali rivolgersi, come assistenti sociali e psicologhe dei centri antiviolenza diffusi sul territorio. I centri antiviolenza offrono un consulto immediato e, proprio perché si occupano solo di violenza a 360°, sanno valutare nell’immediato il livello di rischio della situazione e agiscono di conseguenza. Si occupano di consulto psicologico, accoglienza in una casa sicura, contatto con le forze dell’ordine, affidamento a un avvocato che può seguire il proprio caso, come è successo a me.

Adesso parliamo un po’ della tua vita e di te, perché c’è un “dopo” in seguito a un’esperienza del genere!

Assolutamente sì! Il dopo c’è ed è fantastico! La cosa più importante è che ho ripreso in mano la mia vita al 100%: si potrebbe quasi dire che ora ho finalmente iniziato a vivere veramente.

Sicuramente sono diversa rispetto a prima e mi piaccio molto di più. Prima ero troppo insicura e avevo bisogno di conferme su tutto. In più, mi lasciavo influenzare molto dal giudizio del mio partner. Conservo ancora qualche insicurezza, ma non mi faccio più i problemi di prima, anche a livello fisico.

Ora sono totalmente me stessa: una “matta” con un cuore immenso da donare come e a chi mi pare, come mi viene spontaneo, senza che nessuno sopprima il mio modo di essere. Non posso piacere a tutti. Chi mi sopporta vuol dire che mi vuole davvero bene!

L’anno scorso ho iniziato a collaborare con “il diciotto“, il mensile della mia zona, conoscendo persone stupende prima come collaboratori e poi come amici.

A ottobre 2019, dopo più di 4 mesi di malattia, ho ripreso anche il mio lavoro ricevendo soddisfazioni a livello personale e approfondendo il rapporto anche con alcuni colleghi. 

Adesso sono in cassa integrazione, dal mese di marzo, ma mi tengo attiva aiutando mia nonna 92enne e con l’attività di volontaria alla Croce Verde Baggio, iniziata a marzo di quest’anno. Sono partita rendendomi disponibile per il servizio del Pronto Spesa, attivato col primo lockdown per dare assistenza ad anziani e persone in quarantena che non potevano uscire di casa. A luglio sono diventata centralinista e a novembre ho finalmente iniziato il corso che mi porterà, l’anno prossimo, a diventare soccorritore in ambulanza seguendo le orme dei miei genitori, che in passato sono stati volontari, e soprattutto di mio padre che è ancora dipendente dell’associazione.

Stai diventando un simbolo per tutte le persone che si trovano o si sono trovate nella tua situazione. Cosa ti ha spinto a divulgare la tua storia?

La premessa è questa: quando sono arrivata in panificio e, poi, vedendo il volto dei soccorritori dell’ambulanza (per altro due amici), mi sono sentita bene perché ero al sicuro. Il peggio era passato e sapevo che non sarei mai più stata tra le mani di Giacomo, finalmente. Tutto il resto è stato, più o meno, una passeggiata, ovviamente confrontato a quello che avevo subito per 4 giorni.

La difficoltà più grande è stata tornare a guardare in faccia i miei genitori e dover ammettere a me stessa di aver fatto una valutazione sbagliata, anche ferendo chi avevo intorno. Superato questo, non si può provare vergogna per altro: non ero io a dovermi vergognare o a dovermi sentire in colpa.

Fin da subito avevo espresso all’avvocato e alla mia psicologa la volontà di poter raccontare, in qualche modo, la mia esperienza per essere d’aiuto ad altre persone e avevo già iniziato a caricare le mie foto sui social a luglio dell’anno scorso. 

Naturalmente, ogni cosa ha un suo tempo e, molto probabilmente, prima non sarei stata pronta per raccontare il mio vissuto né con questa lucidità né con la presa di coscienza che ho adesso.

A inizio novembre, un’autrice televisiva ha contattato il mio avvocato per chiedere qualcuno che andasse a parlare in trasmissione, “I fatti vostri“, e lui ha fatto il mio nome perché pensava che fossi pronta. È iniziato tutto da qui.

La “svolta” vera si è poi avuta il 25 novembre, Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne. Avevo condiviso uno dei miei soliti post, che questa specifica volta riportava la foto del mio volto completamente livido sulla barella dell’ospedale mentre dormivo. Subito, la Croce Verde Baggio mi ha chiesto il permesso di ricondividerlo per darmi supporto, visto che ormai faccio parte della famiglia. Poiché l’associazione ha una visibilità incredibile, il post è stato visto da migliaia di persone e sono iniziate ad arrivare le telefonate dei giornalisti.

Dal canto mio, sto sfruttando questa visibilità per poter raccontare la mia storia e sensibilizzare le altre persone. Il mio obiettivo è tentare di dare coraggio ad altre donne non solo per denunciare, ma anche e soprattutto per fare prevenzione e mettersi al sicuro prima che sia troppo tardi. 

Spero che non sia solo il tormentone del momento perché, purtroppo, le violenze non ci sono solo il 25 novembre. Mi auguro che ci sia l’opportunità di poter lavorare su questo problema sociale, magari con dei progetti seri di sensibilizzazione e di prevenzione. Per ora, l’unica cosa che posso fare è dare voce alla mia esperienza e a tante altre ragazze, alcune amiche comprese, che non hanno trovato la forza per denunciare.

Io sono stata miracolata, ho avuto la fortuna di sopravvivere e anche in modo più che dignitoso, mentre tante altre ragazze e donne non ce l’hanno fatta. 

Mi sembrava veramente un peccato alla loro memoria stare zitta e fare finta di niente.

Ringraziamo Beatrice di averci raccontato la sua esperienza e le esprimiamo tutto il nostro sostegno per il suo intento: la sua determinazione, la sua forza e la sua voglia di rinascita stanno diventando un simbolo di speranza per chi sta subendo o ha subito violenza e ci auguriamo che la sua storia, come tante altre, non rimangano inascoltate.

Valentina Geminiani

Beatrice Paola Fraschini
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Un pensiero su “Intervista a Beatrice Paola Fraschini: una voce forte contro la violenza sulle donne”
  1. Davvero sconvolgente. Ci vuole davvero tanto coraggio a denunciare e a sostenere una battaglia su questo fronte essendo stata vittima. La cosa che più mi sconvolge e che andrebbe indagato e conosciuto meglio è come sia possibile arrivare fino a quel punto to senza accorgersi che si ha di fianco un violento e paranoico. Accettazione? Sottomissione? Sottovalutazione? Paura? Vergogna? Debolezza?

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