Anno denso il 1994. Kurt Cobain decide che la sua avventura dentro al corpo che natura gli ha dato è giunta al termine, a Woodstock ci si raduna per il venticinquesimo del festival originale, gli “Alice in Chains” mettono un EP in testa alle classifiche e i Pearl Jam incominciano una battaglia legale contro “Ticketmaster”, che si oppone al prezzo politico (18 dollari) imposto dalla band per i loro concerti. Sembrano passati cento anni.

Demoni dentro i fiori selvatici

Tom Petty, dopo due anni di registrazioni consegna alla Warner un bel gruzzolo di canzoni da cui uscirà “Wildflowers” , un disco, prodotto da Rick Rubin, che raggiunge presto la quota di oltre tre milioni di copie vendute polverizzando quelle del precedente “Into The Great Wide Open”, splendido a dispetto del giudizio della gran parte dei critici. Quindici pezzi in cui sono racchiusi i demoni del musicista di Gainesville, sprofondato nella droga e nei fantasmi che non lasciano in pace il biondo mezzosangue seminole.

Quindici tracce che non esaurirono l’intero racconto in musica. A fine 2015 Petty pensò di tornare su quella musica e qualche tempo dopo lui e la major posero le basi per una riedizione con tanto di tour nel 2018 con i suoi storici “Heartbreakers”. Purtroppo, tre anni fa, il 2 ottobre 2017 Petty ci ha lasciato per un’overdose di farmaci. I fantasmi non lo avevano abbandonato.

Il suo mondo in un box

Ora quel progetto ha preso forma grazie all’iniziativa della moglie Dana, delle figlie Adria e Annakin e la perizia di Mike Campbell e Benmont Tench. Il risultato è “Wildflowers & All the Rest”, un cofanetto di 4 CD (e un box deluxe con 5CD e 9 LP) che contiene l’edizione originale rimasterizzata del disco, le canzoni delle session rimaste fuori, quindici pezzi voce, chitarra e armonica eseguiti in casa e un disco dal vivo con registrazioni di vari concerti datate metà anni Novanta.

È un colpo al cuore per chi ha amato questo musicista. Un viaggio a ritroso tra classiche ballad pettyane (Leaving Virginia Alone), suoni elettrici potenti (Somewhere Under Heaven), dolci e appena sussurrati canti (Harry Green), brani acustici accarezzati dal blues (Climb That Hill Blues), aperture vocali avvolgenti che iniettano calore (Hope You Never) ed echi dylaniani (Girls On LSD).

La fotografia di un momento 

Giunto all’età di 44 anni Tom Petty aveva messo a nudo la sua anima, raccontando di capitomboli privati, sedute di terapia per tornare a ricomporre quel minimo di equilibrio e riprendere a camminare, contemplazioni del passato, dolore per un amico andato via (Kurt Cobain appunto). Aveva la consapevolezza di essere nell’Olimpo del rock, il suo suono diretto e senza fronzoli si era ormai registrato come classico nel grande Libro del Rock e non aveva la minima idea di come si sarebbe evoluto. Anche come puro songwriter il suo marchio aveva iniziato a mietere eredi. Con “Wildflowers” fermò semplicemente un momento. Ci avrebbe regalato ancora delle perle. Poi quel 2 ottobre finì tutto. 

Corrado Ori Tanzi

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