Cosa significa vivere e progettare spazio pubblico in Asia? Alessandro Martinelli, architetto, è partito da Bergamo nel lontano 2000 e dopo anni di studio e lavoro lontano dall’Italia nel 2014 si è stabilito a Taiwan. Professore alla Chinese Culture University di Taipei ed associato dello studio di architettura BIAS Architects, con cui si occupa di progetti architettonici e curatoriali legati allo spazio pubblico contemporaneo, prova a raccontarcelo. Da sempre attento alle relazioni internazionali, Alessandro è stato parte del team curatoriale del padiglione taiwanese alla Biennale di Venezia nel 2018 e ha il merito di aver contribuito a far conoscere in Occidente il lavoro di Sheng-Yuan Huang e dello studio Fieldoffice. All’avanguardia nella progettazione dello spazio pubblico a Taiwan, Huang e’ un architetto che offre visioni nuove circa cosa sia la città oggi e come si possa trasformare il paesaggio dando senso ed identità spaziale ai luoghi. Sconosciuto fino a poco tempo fa al di fuori da Taiwan, Huang e’ il soggetto di un libro da poco scritto da Alessandro, “The City Beyond Architecture”, edito da ListLab Publisher nel contesto di una collana editoriale dedicata al design dell’estremo oriente di cui Alessandro è direttore ma sopratutto ideatore.

Viaggiando in Cina ho avuto la sensazione di un grande fermento. Come se in Asia, rispetto a quel che succede in Occidente, stiano accadendo davvero grandi cose. Tu hai questa sensazione?

Anche Taiwan è un luogo dove si sente fermento, sebbene questo sia diverso dalla vivacita’ economica cinese. Quello taiwanese è una cosa per cosi’ dire socio-culturale. Tra i paesi dell’area Asia Pacifica e’ forse l’unico davvero democratico ed aperto allo scambio culturale. Non solo, lo e’ in particolare oggi, momento in cui sta consapevolmente costruendo un’identita’ locale. Curiosamente, proprio da cio’ deriva sia il fermento sia un’atmosfera un po’ europea.

Taiwan ha vissuto in modo simile all’Italia il boom economico nel dopoguerra ed e’ ora caratterizzata da una ricchezza ed una borghesia simili ai nostri, condizione a cui si affianca il fatto di non aver pero’ sperimentato la crisi economica che ha colpito il mondo occidentale all’inizio del nuovo millennio. A fronte di cio’, il fermento deriva dal fatto che oggi si stia chiarendo il complesso rapporto geopolitico che lega questa isola alla Cina e le istituzioni abbiano cosi’ deciso di investire nella costruzione di un’identita’ tanto legata alle risorse del territorio locale quanto aperta al multi-culturalismo. La cosa si sente anche nel contesto disciplinare di cui mi occupo, ragion per cui qui si sta forse sviluppando quello che i teorici occidentali della citta’-paesaggio hanno teorizzato ma non sono mai riusciti veramente a concretizzare.

La contemporanea apertura al multi-culturalismo, e dunque a prospettive esterne che expat come me possono portare, ed altrettanto le novita’ disciplinari hanno rappresentato le principali ragioni del mio trasferimento.

L’Oriente hanno una relazione completamente diversa con vecchio e nuovo, rispetto a quello che abbiamo noi in occidente, parole come conservazione e autenticità non hanno lo stasso valore. Questo ha un effetto anche sulla progettazione dello spazio pubblico?

Anche in relazione a questo Taiwan fa un po’ a se’. Nell’ultimo secolo e’ stata teatro dell’avvicendarsi di almeno quattro differenti colonizzazioni o sistemi di governo. Prima la colonizzazione cinese, poi quella giapponese, poi la dittatura del Kuomintang ed infine la democrazia. Ogni governo ha lasciato tracce diverse sulla città e sul territorio. Se in Cina oggi si preferisce puntare all’obliterazione di quello che non e’ strettamente filo-cinese, il multi-culturalismo taiwanese fa si’ che si tenda invece a rispettare ogni lascito della storia ed altrettanto ci si impegni nel chiarirne le origini ed il valore della conservazione. E’ un approccio molto simile a quello europeo. Dal mio punto di vista, l’unica differenza che ci distanzia e’ rappresentata dal fatto che, se il patrimonio culturale italiano e’ essenzialmente millenario, quello taiwanese e’ al piu’ centenario.

Tornando a parlare di Italia, cosa ne pensi della nuova aerea nata nella zona di Porta Garibaldi a Milano, del Bosco Verticale, e della risonanza mediatica legata alla sua presunta sostenibilita’?

Milano e’ forse l’unica citta’ italiana che ha vissuto recentemente un boom edilizio, e lo ha fatto in ragione di rappresentare una vera e propria “global city” relazionata a network internazionali ed al mercato del lusso. Grazie a cio’ ha potuto investire nel suo spazio pubblico. A fronte di questo, se l’operazione di Porta Nuova puo’ essere in parte elitaria, e’ altrettanto di valore per la città tutta.

Per quel che riguarda il Bosco Verticale, il discorso e’ diverso. Più che di sostenibilità in senso stretto, io penso si debba parlare di un’ ‘opera d’arte architettonica’ che ha la funzione di ricordare alle persone come si viva indissolubilmente legati alla natura. Per capire cio’ bisogna pensare che, sebbene sia difficile pensare ad una opera d’arte sostenibile in quanto tale, ci sono artisti come Olafur Eliasson che lavorano per sensibilizzare le persone all’ambiente. Il Bosco Verticale non fa differenza.

È stato inoltre la palestra per fare una serie di esperimenti legati alla relazione concreta tra uomo, societa’ e natura, come ad esempio il problema della sicurezza delle piantumazioni nel contesto di un edificio verticale in citta’. Non solo, e’ stato anche l’opportunita’ per affrontare il problema della gestione collettiva del verde, dunque tutte le tematiche gestionali, economiche e legali associate. Per quanto effettuati su un edificio infine privato, questi esperimenti offrono riferimenti tanto utili quanto concreti alle amministrazioni pubbliche ed a chi si trova a dover progettare un nuovo rapporto tra societa’ e natura. 

Elisa Bozzarelli

Fotografie : coperte da ©

1– Alessandro Martinelli + Sheng Yuan Huang – by Maria Lezhnina; 3– Luodong Culture Factory by Sheng Yuan Huang – by Min Jia Chen; 4– Taiwan landscape aerial (Yilan city) – by Ming Ming Chen; 5– Taiwan landscape with temple (Taoyuan) – by Alessandro Martinelli; 7– Yilan bank converted into Contemporary Art Museum by Sheng Yuan Huang – by Min Jia Chen; 8– Yilan Train Station Square Canopy by Sheng Yuan Huang – by Fieldoffice; 9– Yilan New Moat park by Sheng Yuan Huang – by Maria Lezhnina

Alessandro Martinelli + Sheng Yuan Huang - by Maria Lezhnina
Alessandro Martinelli
Luodong Culture Factory by Sheng Yuan Huang - by Min Jia Chen
Taiwan landscape aerial (Yilan city) - by Ming Ming Chen
Taiwan landscape with temple (Taoyuan) - by Alessandro Martinelli
Alessandro Martinelli - Picture copia
Yilan bank converted into Contemproary Art Museum by Sheng Yuan Huang - by Min Jia Chen
Yilan Train Station Square Canopy by Sheng Yuan Huang - by Fieldoffice
Yilan New Moat park by Sheng Yuan Huang - by Maria Lezhnina
Alessandro Martinelli + Sheng Yuan Huang - by Maria Lezhnina Alessandro Martinelli Luodong Culture Factory by Sheng Yuan Huang - by Min Jia Chen Taiwan landscape aerial (Yilan city) - by Ming Ming Chen Taiwan landscape with temple (Taoyuan) - by Alessandro Martinelli Alessandro Martinelli - Picture copia Yilan bank converted into Contemproary Art Museum by Sheng Yuan Huang - by Min Jia Chen Yilan Train Station Square Canopy by Sheng Yuan Huang - by Fieldoffice Yilan New Moat park by Sheng Yuan Huang - by Maria Lezhnina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.