Un compito cruciale che tocca a tutte le specie viventi è la ricerca quotidiana più efficiente di risorse nutrizionali, quelle che in termini più vili vengono identificate con il cibo. Un’attività impegnativa anche dal punto di vista fisico, tanto che il perno centrale della teoria sulla ricerca ottimale di cibo è che la stessa forma fisica di un individuo sia una funzione diretta dell’efficienza con cui si acquisisce energia e che le pressioni della selezione naturale favoriscano quelle caratteristiche di rifornimento alimentare in grado di massimizzare il tasso netto di guadagno energetico. Sebbene questa teoria sia stata ampiamente chiamata in causa con riferimento soprattutto alle tecniche di rifornimento alimentare di altri animali, c’è da chiedersi se anche gli esseri umani si siano con il tempo progressivamente adattati a strategie di rifornimento alimentare più efficienti dal punto di vista energetico. 

La sana inclinazione di una volta verso i cibi ipercalorici

Si presume che nel corso dell’evoluzione i nostri antenati cacciatori-raccoglitori vivessero in un ambiente fisico alimentare molto complesso e differenziato, in cui le fonti di cibo variavano in base alla disponibilità sia spaziale che temporale. Un adattamento cognitivo che potrebbe essersi evoluto al punto da ottimizzare gli sforzi per rifornirsi di cibo all’interno di habitat “alimentari” a quel tempo molto irregolari fino a creare nella memoria spaziale una predisposizione – che gli scienziati chiamano “bias” con il significato di “inclinazione” – verso gli alimenti ad alto contenuto calorico. Tale predisposizione spaziale intrinseca comporta la registrazione automatica e un ordine di priorità in memoria delle posizioni spaziali di alimenti ad alto contenuto calorico dispersi nell’ambiente naturale. Un’attitudine, o in qualunque altro modo la si voglia chiamare, che avrebbe consentito ai nostri antenati raccoglitori di “navigare” in modo efficiente verso preziose risorse ad alto contenuto calorico, senza per questo entrare in competizione con capacità attenzionali più limitate – collocabili prima della soglia della consapevolezza – richieste in altre attività importanti come l’evitamento della predazione o di altri pericoli per la propria vita. 

Oggi si naviga in un ambiente alimentare “obesogenico”

Tornando ai giorni nostri, è sotto l’occhio di tutti che il panorama alimentare moderno sia costellato da un’abbondanza di cibi ipercalorici economici e appetibili. Tuttavia, non tutte le persone mangiano in maniera spropositata e diventano obese, suggerendo perciò l’esistenza di grandi differenze individuali nel modo in cui si naviga e si risponde all’attuale ambiente alimentare che, senza ombra di dubbio, è decisamente “obesogenico“. Tutto ciò farebbe pensare che, sotto sotto, in ognuno di noi esista in realtà una predisposizione della memoria spaziale verso gli alimenti ipercalorici che però – in un contesto alimentare moderno – potrebbe avere conseguenze non indifferenti sulla dieta e in definitiva sulla stessa salute della popolazione generale.

Perché mangiamo quello che mangiamo?

A cercare di trovare una risposta valida anche per la nostra specie è stato un team di ricercatori olandese guidato da Sanne Boesveldt, docente di Scienze dell’olfatto e del comportamento alimentare dell’Università di Wageningen, con un’indagine sulla possibile influenza della memoria spaziale degli individui per cibi specifici sul comportamento alimentare, sui fattori moderatori e sui meccanismi sottostanti a questa “inclinazione” della memoria spaziale alimentare, nonché sulle strategie di cambiamento del comportamento alimentare per promuovere una navigazione tra i cibi più sana e salutare. Obiettivo finale? Capire perché le persone mangiano ciò che mangiano, senza naturalmente entrare in conflitto con Feuerbach che in pieno Ottocento affermava che «l’uomo è ciò che mangia». 

Un labirinto sensoriale per la memoria spaziale

Per rispecchiare il più fedelmente possibile la navigazione nel mondo reale all’interno di un ambiente alimentare eterogeneo Rachelle de Vries e Paulina Morquecho‑Campos, autrici principali dello studio da poco pubblicato su Nature|Scientific Reports, hanno creato un ambiente labirintico in cui 500 partecipanti seguivano un percorso specifico all’interno di una stanza per assaggiare un assortimento di stimoli alimentari ad alto e a basso contenuto calorico (sia dolci che salati) posizionati su piccoli pilastri dispersi nell’allestimento spaziale. In questo modo le scienziate hanno emulato due ambienti sensoriali in stanze separate, ognuna delle quali impegnava modalità sensoriali fondamentali per i processi di navigazione spaziale e comportamento alimentare. 

Una prova mnemonica a cavallo tra sapori e odori

Nell’ambiente multisensoriale (visione + gusto + olfatto) gli stimoli consistevano in prodotti alimentari reali di cui gli individui dovevano cibarsi, mentre nell’ambiente olfattivo gli individui venivano istruiti ad annusare solamente gli odori del cibo. Da sottolineare che i partecipanti non sono stati messi al corrente che la loro memoria (spaziale) sarebbe stata in seguito testata, per garantire che la codifica delle posizioni degli alimenti fosse puramente casuale. A questo punto sono state messe a confronto le prestazioni, espresse come percentuale di trasferimenti corretti da cibo a pilastro in un compito di memoria spaziale a sorpresa, per stimoli alimentari ipercalorici rispetto a quelli ipocalorici in entrambi gli ambienti sensoriali.

Un sistema di rifornimento ancestrale basato sull’olfatto

I ricercatori olandesi hanno così scoperto che gli individui imparavano casualmente e ricordavano in modo più accurato le localizzazioni spaziali dei cibi ipercalorici, indipendentemente dalle valutazioni edoniche esplicite o dalla familiarità personale con gli alimenti stessi. Inoltre, il “bias” ad alto contenuto calorico nella memoria spaziale umana era già diventato evidente in un ambiente sensoriale limitato, dove erano disponibili solo le informazioni sull’odore. Questi risultati suggeriscono che la mente umana continua ad ospitare un sistema cognitivo ottimizzato per il rifornimento alimentare efficiente dal punto di vista energetico all’interno di habitat alimentari irregolari del passato, evidenziando le capacità spesso sottovalutate del senso olfattivo umano. 

La difficoltà di non farsi tentare da cibi succulenti

Una differente espressione di questa inclinazione della memoria spaziale verso i cibi ad alto contenuto calorico apre la strada a nuove spiegazioni sul motivo per cui alcuni individui hanno meno successo nel mantenere un sano equilibrio energetico all’interno di un panorama alimentare davvero stratificato e ampio come quello moderno.

Una caratteristica cognitiva, mi vien da dire, difficile da contrastare quando si tratta di prendere una decisione su che cosa portare oggi in tavola, o per meglio dire alla bocca. Un’inclinazione, peraltro, capace di stimolare le persone a visitare luoghi di cibo pregni di calorie come i fast food su una scala più ampia di spazio. 

I risultati della ricerca olandese

Risultati, inoltre, che si aggiungono a una letteratura sempre più ricca che evidenzia i ruolo e la rilevanza dell’olfatto nel comportamento alimentare negli esseri umani, che è già noto invece per altre specie. Non dimentichiamo che il senso dell’olfatto umano è spesso descritto come inferiore a quello di altri mammiferi quali cani o roditori. Ma le  osservazioni dei ricercatori olandesi mostrano l’intatta capacità degli individui di distinguere diversi tipi di odori, di dedurre le proprietà caloriche degli alimenti segnalati dagli stimoli olfattivi e di localizzare oggetti olfattori nello spazio. Un senso olfattivo così ben sviluppato da aver potuto conferire, probabilmente, un vantaggio di sopravvivenza ai cacciatori-raccoglitori del remotissimo passato dell’umanità. 

Chissà se fra qualche milione di anni questo “bias” cognitivo avrà imparato a soffocare gli stimoli multisensoriali dell’appetito e a rivolgersi verso cibi meno succulenti e grondanti di calorie. Forse solo Feuerbach avrebbe qualcosa da obiettare. Ad maiora! 

Giorgio Cavazzini

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