A poco più di un anno da “Personale” ecco “Padroni di niente”, il nuovo disco di Fiorella Mannoia, pensato e ripensato nei lunghi giorni del primo lockdown, tempo forzato che la raffinata cantante romana ha interpretato come privazione del movimento solo come spostamento fisico. L’ascolto del materiale che le era giunto dai vari autori della Penisola e il disegno in testa dell’obiettivo creativo hanno portato a un album di otto canzoni riflessive e amare sulla contemporaneità, anche non strettamente limitata alla cornice del Covid.

Fiorella la viandante

Già dalla copertina, rifacimento del celeberrimo “Viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Frederich, il disco rivela il profilo di osservatrice della più morbida e vellutata voce tra le nostre voci femminili. Un occhio a distanza sul nostro mondo, tra altezze raggiunte e macerie lasciate a terra dall’umanità intera. Come tra le note e il testo di “S’è rotto”

Amara, Ultimo, Bungaro, Cristicchi, Lotterini e Olivia XX tra gli altri nello staff dei (co-)compositori per un disco che parte dal piccolo, dai dettagli per aprirsi in riflessioni amare e commoventi sul mondo contemporaneo. In sede di presentazioni è la stessa Mannoia a sintetizzare la title track (e l’album intero) affermando che “è bastata una minuscola entità biologica per mettere in ginocchio un’intera umanità, compreso quel mondo, il nostro, che credevamo invincibile” e va da sé che proprio “Padroni di niente” risulti per chi scrive il brano centrale dell’intero progetto e non solo per la tematica affrontata. 

La drammatica difficoltà di crescere 

Un pezzo che parte piano piano, con Mannoia che affronta il testo come una tradizionale spoken song su un tappeto melodico delicato per poi prendere un deciso corpo diverso nello sviluppo del cantato. Sia chiaro, non siamo davanti a un disco con uno o poco più pezzi centrali e una serie di filler, come amano esprimersi gli anglosassoni, e cioè riempitivi tanto per licenziare un nuovo titolo da mettere in circolazione. 

Tutte le otto tracce meritano la loro presenza e concorrono ad animare suono e anima del disco. A partire da “Solo una figlia”, il brano di chiusura, intenso duetto con Olivia XX che racconta il difficile mestiere di crescere di due giovani del nostro tempo. 

La speranza nell’amarezza

E prima abbiamo ascoltato la voce sul piano di “Chissà da dove arriva una canzone”, firmata da Ultimo, in cui l’avvio in tradizionale stile Mannoia si sviluppa con un’apertura solare da filarmonica che attanaglia il cuore. Un pezzo su ciò che ispira la creazione di quella piccola immensa perla che si chiama canzone. E pure la bizzarra “La gente parla” di Simone Cristicchi (e non poteva essere diversamente), calembour sonoro in stile mediterraneo/sudamericano sulla miseria acuminata del qualunquismo, si colloca in un posticino nella nostra testa, e con lei la bellezza adamantina della melodia di “Sogna” e quella dolcemente fragile di “Eccomi qui”.

Eccolo qui il nuovo classico del repertorio di Fiorella Mannoia. Perché presto questo sarà “Padroni di niente”. Composizioni nel solco della nostra storia, pianoforte spesso in grande evidenza, colori nella voce della rossa e colori nelle note, abbellimenti scritti con delicata cura. Che poi Fiorella Mannoia canti (anche) la disgregazione personale dell’uomo moderno e del suo ambiente questa è la sfida. 

Corrado Ori Tanzi

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