Capitolo numero 11 per The Zen Circus al giungere del ventesimo anno dalla prima pubblicazione. L’album ha per titolo “L’Ultima casa accogliente” e segna una decisa crescita per la band di Appino, Ufo e Karim (con Francesco Pellegrini alla chitarra). Una maturazione che porta il gruppo a licenziare un nuovo suono nella tradizione con ballate, canzoni deliziosamente pop e aperture di sano rock che mettono al momento nel cassetto la cornice di folk warrior che la loro carriera aveva mostrato.

L’album della maturazione

Scritte e registrate con calma a causa della pandemia queste nove canzoni dimostrano quanto il trio si sia evoluto conservando l’urgenza di far arte attraverso la musica. La riflessione sulle catene del proprio corpo, la debolezza della memoria, il ruolo codificato dalla società, l’insostenibilità del tempo, l’armonia nascosta nel caos universale prendono corpo in un suono (voce compresa) che urla una scoperta di verità che, pur vivendoci giorno per giorno vicino, non vogliamo affatto vedere.

A differenza di “Nati per subire”, “Canzoni contro la natura” o “La Terza Guerra Mondiale” il disco non si avvale di un gran pezzo centrale che si eleva rispetto al resto delle pur convincenti composizioni. “L’ultima casa accogliente” si avvale di un amalgama d’assieme che supporta l’album in sé anche se “Catrame”, “Appesi alla luna”, “Bestia rara”, “Come se provassi amore” (ispirata a Il dramma del bambino dotato e La ricerca del vero sé di Alice Miller) e la title-track finale ci metteranno poco a diventare dei classici nel canzoniere della band toscana.

Libertà di essere un Dio precario

I testi di Appino restano taglienti nella loro natura sarcastica e contengono un romanticismo quasi blakiano verrebbe da dire. Liriche che la sua voce, a tratti stentorea e a tratti più morbida, fanno brillare come stelle conficcate in un cielo nero nero. Il resto lo fa la ricca sonorità. Aperture con chitarre graffianti, ritmiche liberatorie, chiusure da brivido “L’ultima casa accogliente”, finezze elettroniche e archi e piano che si sposano con improvvise accelerazioni rock.

Non è arte comune riuscire a parlare del mondo intero partendo dall’osservazione di quella dimora che è il proprio fisico, che consideriamo accogliente pur osservandone fragilità e vulnerabilità come in questo verso dell’iniziale Catrame: “Io sono nato in una casa fatta di catrame/ Negli anni in cui fumare incinta non faceva alcun male/ Il fumo entra nei polmoni e nei polmoni rimane/ Come il tumore che vorrebbe uccidere mio padre”, con melodia cantata a voce nuda prima che batteria e chitarre si prendano il centro del palco.

Appino canta la libertà di essere un Dio precario per un oceano di tempo che un giorno avrà fine e che metterà prima o poi fine la ricordo di noi andati. Nel mezzo, la denuncia per ribadire diritti inalienabili anche se i più non riescono a intendere “Bestia rara”, memorie di un passato personale che stanno ancora lì a cuccia per ricominciare a prenderci a pugni quando ci viene da zoppicare “Come se provassi amore” o che restituiscono colore alla fotografie dei nostri genitori “Ciao sono io”, l’apocalisse futura del nostro mondo (2050), l’urlo finale che chiude il disco (“Nessuno mi capisce, ma non è colpa mia / io cosa posso farci, nessuno mi capisce”) prima che la canzone che dà il titolo al disco si alzi e si spenga con una coda strumentale in stile Radiohead di incantevole impatto. 

Canzoni da mettere in loop per accettare questa vita che va ma non va.

Corrado Ori Tanzi

Zen Circus
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