Harald Gilbers è uno degli autori di crime più interessanti. Non solo tra i colleghi tedeschi. Pubblicati dalla Emons, i suoi romanzi sono incentrati sulla figura del commissario Richard Oppenheimer, la cui natura ebraica durante il periodo nazista lo relega al rango di non-uomo. Solo le sue capacità investigative lo tengono in vita, riuscendo egli ad arrivare dove la polizia degli ariani non giunge. Caduto Hitler riprende ufficialmente il suo ruolo, ma dentro una società ancora barbarizzata e impoverita. 

Perché i romanzi di Gilbers sono anche un libro di Storia. La letteratura di genere che come (o più di) un saggio ci fa annusare l’odore dei tempi raccontati. Lo testimonia l’ultimo, L’Inverno della Fame, teso come un thriller classico e aperto come un romanzo drammatico. 

Nel nuovo romanzo si nota un maggior spazio concesso alla descrizione delle dinamiche storiche. Significa che è stato più complicato disegnare il profilo ambientale dentro cui far nascere e svolgere la trama?

È stata una decisione strategica. Trattandosi di una serie uso lo spazio per organizzare anche il romanzo successivo. Ne La Lista Nera mi sono occupato delle conseguenze della guerra e del nazismo, mentre nel nuovo mi sono diretto verso la Guerra Fredda. Il dissenso tra Est e Ovest diventa manifesto e presto avverrà la rottura. Così ne L’Inverno della Fame ho voluto descrivere anche le circostanze politiche. Nel prossimo, Il Ponte Aereo Per Berlino, le ripercussioni su Oppenheimer, Berlino e la polizia saranno il soggetto centrale. 

Un’indagine che nasce da un normale fatto di cronaca per trasformarsi in un affare politico. La sensazione è che Oppenheimer senta nostalgia per la criminalità quotidiana e provi quasi disgusto a rincorrere un’illegalità legata a poteri che si sentono impunibili. 

È un punto interessante che ho scoperto durante le ricerche. Sembra che durante l’Impero e Weimer i criminali comunque portavano rispetto per la polizia, caratteristica che nelle successive decadi si perse, forse a causa della generale crescita della violenza politica. Possiamo dire che il partito di Hitler fu l’estremo consesso criminale, ma il cambio toccò un livello personale. Dopo la guerra il ritorno dei reduci fu fonte di seri problemi, la maggior parte non trovò un posto nella società pacificata. Probabilmente lo stress post traumatico portò ad aumentare la violenza domestica. Tanti soldati avevano ucciso o preso parte a crimini e la soglia minima dell’uso della violenza si abbassò considerevolmente. Ne L’Inverno della Fame ci si confronta con il regno dello spionaggio, luogo in cui i confini tra legalità e illegalità non sono certo così chiari.

Una delle caratteristiche della sua scrittura è la trasformazione della frase in input visivo. Sbaglio o ne L’Inverno della Fame ha accelerato questo tratto?

I lettori sostengono che la mia scrittura sia cinematografica, io non so dirlo. Certo mi segue il mio background teatrale. Il mio primo passo è scrivere una grezza stesura della storia senza preoccuparmi delle correzioni. Mi prende in genere circa sette mesi. Quindi la lettura dello scritto mi permette di sapere di quale materiale ho bisogno e se mi accorgo che l’atmosfera e gli input visivi scarseggiano, cerco di accentuarne gli elementi nella seconda stesura. Poi lavoro per trovare un finale convincente. 

Il commissario Oppenheimer ha capito che, ucciso il mostro, la politica non riuscirà a costruire un mondo migliore. Un uomo che inizia a fare i conti con la sua disillusione. Corretto?

È un aspetto che ho imparato leggendo i diari di allora, in genere pubblicati dagli oppositori di Hitler. All’inizio i loro autori volevano solo che Hitler e il nazismo uscissero di scena. Qualunque cosa sarebbe stata migliore del fascismo. Ma dopo la caduta del Terzo Reich il mondo è diventato sorprendentemente complesso. Le persone che avevano combattuto Hitler fianco a fianco percepirono tra loro stessi un immenso abisso ideologico. I conservatori perseguirono obiettivi differenti da quelli dei socialisti, i quali furono tenuti insieme dall’odio verso i comunisti. Una volta eliminata la minaccia nazista sembrò impossibile trovare un comune denominatore per costruire insieme il nuovo tessuto sociale. Come Oppenheimer, la gran parte degli oppositori del nazismo dovette fare i conti con questa scomoda realtà. 

Dal punto di vista narrativo qual è stata la maggiore difficoltà nel fare entrare un’indagine poliziesca in un’operazione che va oltre l’investigazione di un commissario? 

Dopo più di dieci anni di scrittura delle avventure di Oppenheimer ho trovato delle strategie per incastrare le sue indagini all’interno di un complesso background storico. Una possibilità è dare al criminale un movente connesso agli sviluppi politici, un’altra strada è fornire agli Alleati o ai politici un interesse nell’esito dell’investigazione. Nel prossimo romanzo l’indagine sarà particolarmente difficile per Oppenheimer in quanto Berlino verrà divisa in Est e Ovest, mentre il killer potrà vagare libero per tutta la città. Il problema più arduo per me è mantenere alta la tensione attorno alla figura del commissario. Nei primi romanzi la cosa è stata piuttosto semplice in quanto la sua vita era in pericolo, con L’Inverno della Fame la situazione si è normalizzata con Oppenheimer che lavora in polizia. Le trame quindi si devono regolare: un commissario è chiamato sulla scena del crimine e cerca di acciuffare il responsabile. Devo trovare altro per rendere a Oppenheimer la vita più difficile. 

I suoi sono thriller fortemente ancorati alla Storia. Cosa permette al noir di raccontare un periodo della vita collettiva senza volerlo veramente fare? 

Considero il crime la mia rete di salvezza. Le tipiche convenzioni di genere sono un modo per tenere alto l’interesse del lettore e una trama ben organizzata mi fornisce da sé una struttura drammatica solida lasciandomi libero di parlare di fatti storici a cui sono interessato. Detto così può far apparire il lavoro piuttosto semplice, ma la sua realizzazione è invece alquanto complicata. Durante la scrittura si affaccia il problema di come bilanciare i due elementi. Creare storie per me è come un gigantesco puzzle a cui mancano tanti pezzi. Sono ben conscio che molti miei lettori non sono tedeschi il che mi porta a dover spiegare cose che in Germania fanno parte della conoscenza comune. Così, quando alla fine prendo in mano il manoscritto definitivo mi accorgo di aver scritto troppo. Ci pensa l’editor a segnare certi passaggi per assicurare il ritmo narrativo perfetto. 

Nel romanzo i nazisti sono portatori di una furia e una brutalità se possibile ancora maggiore. Istinto di sopravvivenza o frustrazione per essere stati ridotti dal rango di Dei a gente comune?

Scrivo gialli ed è naturale che sottolinei dei passaggi violenti. Allo stesso tempo penso che la disumanità, di cui l’ideologia nazista fu dalle origini impregnata, non svanì dall’oggi al domani. La caduta di Hitler portò con con sé anche la frantumazione dell’orgoglio nazionale. Alcuni suoi seguaci riconobbero gli errori, in altri l’arroganza sopravvisse. Molti membri della cosiddetta super razza diventarono dei frustrati, mentre la maggior parte fu guidata da un atteggiamento rissoso verso gli Alleati. L’Unione Sovietica di Stalin diventò il nuovo nemico e con l’inizio della Guerra Fredda gli sforzi per una completa denazificazione della Germania apparve all’improvviso del tutto irrilevante, il che rese per tanti ex nazisti la realtà insignificante. Salvo che per gli opportunisti, abili ad amalgamarsi nella società diventando tedeschi ligi al nuovo ordine. Alcuni ufficiali del Reich riuscirono a iniziare nuove carriere, ma i membri più celebri del partito non ebbero altra scelta che cercare di emigrare. 

La Storia ci ha raccontato il primissimo dopoguerra della Germania, dalla spartizione a Norimberga. Poteva andare diversamente?

Negli ultimi anni della Seconda guerra mondiale alcuni alti ufficiali del Reich, come Heinrich Himmler, avevano già pianificato il dopoguerra, immaginandosi un’ alleanza del mondo occidentale contro Stalin. Valutazione non campata in aria visto che l’ Urss sarebbe diventata il nemico numero uno. Ma dopo le atrocità commesse da Hitler ogni idea di cooperazione era semplice delirio. Alla fine del conflitto in Germania non c’era più fiducia tra la popolazione. Non molto tempo prima si era consegnata ai fascisti permettendo che una società dagli alti standard culturali cadesse nella barbarie. La Germania era in libertà vigilata: doveva dar prova di essere un partner affidabile e la sua popolazione di aver rigettato il fascismo. Penso che aver diviso il Paese in settori fu l’opzione migliore per prevenire che tornasse a essere una superpotenza militare. 

Come vengono accolti i suoi romanzi dall’estrema destra in Germania?

Di tanto in tanto leggo in rete pessime recensioni che sono chiaramente suggerite da motivazioni politiche. I miei libri non sono molto popolari tra i fan del nazismo. Certo, io cerco un dialogo con loro per metterli davanti alla mia idea per cui nazionalismo e fascismo semplicemente non funzionano. 

Oppenheimer sta raggiungendo la meta dei cinquant’anni, ne ha ancora prima di raggiungere la pensione. Dopo aver toccato il problema dei fuggitivi del Reich che cosa lo attende?

Alcuni mesi dal punto in cui si chiude l’Inverno della Fame i sovietici cercarono di escludere Berlino dall’Ovest e l’Ovest organizzò un ponte aereo per sfamare la popolazione nei suoi settori. Negli anni a venire Berlino diventerà un’isola circondata da uno Stato pupazzo dell’ Urss trasformandosi in un hotspot per lo spionaggio internazionale. All’inizio degli anni Cinquanta scoppiano parecchi disordini in Germania Est, nel 1953 un’immensa sollevazione viene violentemente soppressa con i carri armati e una massiva azione della polizia. Berlino è un cancello aperto per l’Ovest e molti lo usano, tanto che il governo comunista decide di frenare questa abitudine erigendo il muro. Oppenheimer sarà testimone di questi giorni drammatici. C’è ancora molto da coprire. 

Corrado Ori Tanzi

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