Sir Paul McCartney licenzia il suo terzo capitolo dei dischi indicati solo col suo nome (e in cui suona tutti gli strumenti) a cinquant’anni esatti dal primo, momento drammatico per la sua carriera di musicista considerato che lo scioglimento dei Beatles era ancora ferita viva.

McCartney III esce nel mentre un dramma di ben altre dimensioni sta scuotendo il pianeta Terra. Tra le pareti della sua magione nel Sussex Macca ha raccolto il frutto delle sue personali jam quotidiane che lo vedono prendere in mano qualunque strumento e iniziare a dare forma alla sua ispirazione.

Polistrumentista e multistilista 

Sin dalle prime battute si rimane avvolti dall’atmosfera stranita creata dal suono. Si parte con Long Tailed Winter Bird, quasi interamente strumentale e si passa a Find My Way, pezzo dominato dalla chitarra in cui McCartney tocca proprio il tema dell’angoscia che oggi può paralizzarci . Poi il piano che fa da tappeto a Women and Wives e via via una miscela di stili che toccano il rock più diretto (Seize The Day), quello più pesante (la trascinante Slidin’), il toccante pop di The Kiss of Venus e la non meno deliziosa Pretty Boys, elettro-folk sull’ossessione dei paparazzi.

A 78 anni quindi McCartney è riuscito a fare della quarantena mezzo per annullare la distanze e dare al vuoto forzato sostanza che suona come una buona chiacchierata con un fidato amico, che dispensa consigli e ci fa sentire il suo calore. Se non contiamo gli episodi discografici con i Wings, McCartney III è l’album numero 18 della sua immensa carriera, i paragrafi più intimi in cui, fors’anche per il fatto di fare tutto da solo, riesce a esprimere al meglio la necessità di tirare di tanto in tanto un po’ le somme della sua storia.

Sir Paul intimo e diretto

McCartney anche qui a ruota libera sovrapponendo gli strumenti a piacere, gioca con clavicembalo, mellotron, contrabbasso e li incastra negli arpeggi di chitarra fino a quando l’equilibrio della composizione gli risulta perfetta. E una volta trovata la performance migliore con la voce, leggermente usurata ma a cui chiede sempre tono e colore, Sir Paul ha confezionato un disco più che pregevole, la cui cura si coglie ascolto dopo ascolto. Gli stili si passano la mano e contribuiscono all’unità dell’opera, all’ascoltatore la scelta dell’espressione musicale che più gli parla. Una via diversa da altre prove soliste più corpose, come i preziosi Egypt Station e Chaos And The Creation In The Backyard, meno ambizioso ma decisamente più diretto e spontaneo dei titoli citati.

Macca continua a chiedere molto alla melodia, sua più profonda arma quale compositore (da sempre, era Beatles). Queste nuove undici canzoni sono il frutto di un divertimento dell’autore (e se ne coglie tanto), anche nelle imperfezioni volutamente lasciate. Riuscire ad ascoltarne un quarto tra qualche anno l’augurio che ogni amante della musica dovrebbe fare a se stesso.

Corrado Ori Tanzi

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