Questo è un disco a cui avvicinarsi con molta cautela. Non solo in quanto Steve Earle è uno dei massimi songwriter americani (chiedere a Joan Baez), ma perché il cantautore di Fort Monroe, 66 anni appena compiuti, ha riunito in un solo album dieci canzoni del figlio Justin Townes, ne ha scritta una inedita per l’occasione e ha chiamato l’album JT, le iniziali del figlio.

Niente di particolarmente intenso se non fosse che Justin s n’è andato lo scorso agosto ad appena 38 anni. Le cause non sono state chiarite ufficialmente, anche se la vulgata più informata parla di overdose, conclusione piuttosto probabile considerato l’annoso problema con gli stupefacenti del ragazzo.

Una nuova voce per il figlio

Un rapporto molto difficile tra i due, con la droga a far da spartiacque se si pensa che per un periodo Justin ha fatto anche parte della band storica del padre, The Dukes, per poi essere cacciato proprio per la ragione che verosimilmente lo ha portato alla morte.

I due ultimamente si erano molto riavvicinati, l’affetto rinato e un nuovo corso insieme avrebbero fatto presagire un nuovo periodo fecondo di vita e arte. Non è stato possibile.

Steve ha deciso di affrontare il dolore interpretando alcuni pezzi dei nove album di Justin, un lavoro che, per forza di cose, non può essere solo un tributo di un musicista verso un altro musicista. Siamo nella terra del folk ruspante e country-roots, i suoni solo volutamente colorati, incitano a una festa e in qualche modo riescono a lenire il senso della perdita che è comunque insita nelle parole dell’ultimo brano, Last Words, l’unico scritto appositamente per l’occasione, in cui Steve ripercorre sui binari dei versi il loro rapporto, brano che si chiude con uno straziante: “Ti ho amato per tutta la vita”.

Tributo doloroso

Il ribelle Steve ha incontrato sul suo cammino uno ancora più ribelle di lui, la cui autodistruttività gli ha mostrato davanti agli occhi quale demone il sangue del suo sangue è riuscito a far crescere dentro. E lui, come scrive nelle note interne di copertina, ha deciso che questo album sarebbe stato l’unico modo per salutare il figlio.

L’esecuzione di Steve è più dolce, priva di quel veleno che Justin mise non soltanto nella sua vita privata. Le cover si avvalgono di un’intonazione più blue anche se, repetita iuvant, traspare senza bisogno d’interpretazione, una sorta di gioiosa navigazione, un passaggio tra le acque quasi giocoso se il paragone non appare offensivo.

Poi quell’ultima lenta e cadenzata canzone d’amore. Con lo squarcio di un verso (Ora non so cosa farò fino al giorno in cui ti seguirò) che ci suggerisce che anche la musica può fallire come preparato medicamentoso.

I genitori non dovrebbero mai seppellire i figli. 

Corrado Ori Tanzi

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Celebrities Visit SiriusXM - April 18, 2017
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