Cantante lirico di grande talento, Alex Esposito, nato a Bergamo nel 1975, è un basso-baritono considerato dagli esperti uno dei più interessanti artisti del panorama italiano degli ultimi anni. La sua grande attrazione nei confronti del teatro e dal palcoscenico ha radici già nell’ infanzia, così come la necessità di cantare, che ha descritto come un “bisogno primario” avvertito fin da piccolo. Ma per lui il canto, da istinto di bimbo particolarmente dotato, è divenuto un vero amore, poi negli anni trasformato, con impegno, studio, determinazione, in professione. Gli piace “considerare l’opera lirica come la forma più alta di rappresentazione” e dell’opera lirica Esposito è diventato un esponente di primo piano molto apprezzato in Italia e all’ estero. Tanti i ruoli da protagonista avuti nelle opere di grandi compositori come Mozart – di cui è noto interprete – Donizetti, Rossini, solo per citarne alcuni. Ricordiamo, tra gli altri, Enrico VIII in Anna Bolena, Fernando ne La Gazza Ladra, Figaro ne Le nozze di Figaro. Proprio al termine de Le Nozze di Figaro, in scena al Nationaltheater di Monaco di Baviera nel settembre 2020, Esposito è stato insignito del titolo di Kammersänger dello Stato di Baviera dal Ministro per la Scienza e la Cultura del Governo Bavarese, un prestigioso titolo onorifico tedesco per cantanti illustri di opera e musica classica, assegnato dal 1955 a più di 130 cantanti, di cui solo 2 italiani prima di lui. 

Maestro Esposito, anche in questo drammatico periodo di pandemia, è riuscito a raggiungere un altro importante traguardo: è diventato Kammersänger dello Stato di Baviera. Cosa significa per Lei, per la sua carriera, questo riconoscimento? 

Questo riconoscimento mi è molto caro in quanto coronamento di un rapporto professionale e affettivo che mi lega alla città di Monaco, dove ho cantato per dieci anni consecutivi in ogni stagione. Si tratta di un’onorificenza speciale che mi gratifica tantissimo poiché la lista dei Kammersänger di Monaco vanta nomi importanti come Mirella Freni, Plácido Domingo, Jonas, Kaufmann, Anja Harteros e tanti altri grandi artisti. Sicuramente la ricorderò come una delle poche cose belle del 2020. Pensi che se fossi tedesco avrei questo titolo scritto sul passaporto e sui documenti, a dimostrazione dell’importanza che la Baviera dà alla Cultura e ai suoi rappresentanti.

A Monaco di Baviera, dopo il suo debutto nel 2009 con il ruolo di Leporello nel Don Giovanni di Mozart, Lei è andato in scena al Nationaltheater oltre 100 volte. Che origine ha questo legame speciale con la capitale bavarese? 

Si colloca sicuramente all’inizio della mia carriera internazionale poiché all’epoca mi ero già affermato in Italia, ma quella fu la prima cosa importante che feci all’estero e per questo forse ero un po’ ancora ignaro di quanto fosse importante cantare “Don Giovanni” lì, appunto un titolo di Mozart che con Wagner e Strauss è una delle colonne della storia e della tradizione di quel teatro. Mi lanciai in questa produzione per certi aspetti ‘matta’, molto criticata all’epoca per scene di nudo e violenza, ma ero giovane come tutti gli altri membri del cast e per questo senza tabù e vergogne. Mi resi conto di ciò che era successo, che qualcosa stava cambiando, solo dopo la prima perché, a parte il successo di pubblico raccolto quella sera, ricordo ancora che alla mia uscita in ribalta sentii letteralmente cadermi il teatro addosso, ci furono subito critiche entusiastiche e mi venne immediatamente conferita la Rosa di Monaco, un importante riconoscimento per chi si è distinto nella città.

Lei è un cantante di fama internazionale, ma la sua voce è un vanto tutto italiano. Quando è nata la sua passione per il canto lirico?  

Mi è difficile dire esattamente quando sia nata la mia passione per l’opera perché da quando ricordo ha sempre fatto parte della mia vita. Fin da piccolo il mio gioco preferito era allestire ‘teatrini’ e inscenare piccoli spettacoli. Avevo inoltre l’abbonamento al Teatro Donizetti ed ero un frequentatore assiduo e onnivoro. Prosa, opera, burattini, circo, musical, tutto ciò che era spettacolo era il mio pane, il mio gioco, il mio mondo. Mentre i miei amici giocavano a calcio, io giocavo al teatro. Per questo sono stato un po’ escluso dalla vita dei compagni, a loro non interessava questo mondo e a me non interessavano il loro. Con questo ho avuto un’infanzia felice, ma molto distaccata da tutto ciò che poteva interessare ai ragazzi di allora che mi circondavano.

Ogni artista deve il suo successo in parte ad un dono di natura – Lei è un basso-baritono, quindi, nel suo caso, la voce, il timbro – e in grande parte allo studio, alla tenacia. Come è avvenuta la sua formazione musicale, quali sono stati i suoi maestri, i luoghi e gli incontri fondamentali per il suo percorso?

Madre Natura dà o non dà, quindi in questo senso mi ritengo fortunato perché ho uno strumento vocale che mi ha permesso di fare una grande carriera, però questa cosa da sola non basta, va coltivata, alimentata. E ritengo che il modo migliore per coltivarla sia crearsi un background culturale grazie al cinema, al teatro, insomma alla cultura con la C maiuscola. Ho iniziato a cantare in parrocchia, sono arrivato poi ai cori più importanti e così fino ad oggi, avendo molti maestri, ma alla fine è il palcoscenico quello che ti insegna più di tutti. I libri, la teoria, i maestri appunto possono dirti tante cose, ma poi devi essere tu lo chef di te stesso, capace di unire tutti gli ingredienti per creare la ricetta giusta da mostrare su quel meraviglioso banchetto che è il palcoscenico.

Quando ha capito di avere talento?

Peccherò di immodestia, ma ho sempre sentito di avere questo talento. Anche durante il liceo, che non aveva niente a che fare con questa professione, ho sempre creduto di avere un certo fuoco dentro di me, la vocazione al teatro. Infatti mentre studiavo sapevo che non sarebbe stata quella la mia strada, ma che non poteva essere altra che quella dell’artista. Mai avrei potuto immaginare allora di poterla fare a questi livelli ma in cuor mio, a costo di dover fare la fame, sapevo che il mio destino sarebbe stato sul palco. Infatti durante i mesi orribili che abbiamo vissuto (e che purtroppo non sono ancora un ricordo lontano) quando sembrava che la nostra professione dovesse scomparire del tutto e i teatri restare chiusi per sempre, mi son trovato più volte a pensare che in quel caso avrei dovuto inventarmi qualcosa, trovare altro da fare…ma veramente non mi veniva e non mi viene proprio in mente niente di diverso da ciò che faccio perché sento che questa e solo questa è la mia vocazione.

Ricorda la sua prima esibizione da professionista, i timori, i primi applausi? Con l’esperienza di oggi, che consigli darebbe a quel “giovane Alex”? 

Lo ricordo, è stato a Bassano del Grappa con “Il Trovatore nel 1997. Però sa, i timori di allora, ovviamente in forma diversa, ci sono un po’ anche adesso perché ogni sera è un po’ la prima volta. Debuttare un ruolo, andare in scena in maniera espressa, in uno spettacolo dal vivo, è sempre un’esperienza unica, poiché proprio per natura nuova e irripetibile. Infatti se vai a vedere lo stesso spettacolo dieci volte non vedrai mai la stessa cosa, perché appunto non è un film, ma ogni sera cambia perché noi artefici dello spettacolo non siamo oggi come siamo stati ieri, non saremo domani come siamo oggi. Che consiglio posso dare? Di prenderlo come un gioco. Un gioco che ha bisogno del suo aspetto professionale, senza dubbio, da prendere sul serio, ma che deve essere principalmente un divertimento. Non deve essere uno stress, ma una cosa che ti dà (non che ti toglie). Deve farti godere, poiché se godi tu, gode anche il pubblico. Un po’ come nel sesso. Un altro consiglio è quello di porsi con grande umiltà, dobbiamo essere noi al servizio di questa professione e non usarla per arrivare ad essere qualcuno, altrimenti c’è solo la cura del personaggio e non di ciò che fai, di ciò che porti. In questo modo si rischia che il tuo lavoro diventi scarno, arido, e questo può funzionare per qualche anno, ma poi il pubblico ha necessità di avvertire che sei al servizio dell’arte e non di te stesso. Inoltre grande umiltà quando si approccia un nuovo ruolo perché, almeno nel mio caso, il non sentirmi magari inizialmente adeguato o all’altezza mi ha sempre spinto ad approfondire il ruolo stesso tirando fuori magari aspetti insperati. Infatti non deve diventare un’ossessione, ma solo un motivo di spinta che deve poi sfociare nella voglia di andare alle prove per mettere a frutto tutto questo lavoro.

Tra i suoi traguardi prestigiosi, ci sono le esibizioni al Teatro alla Scala. Cosa significa per un cantante italiano salire su quel palco? 

Il Teatro alla Scala oltre ad essere uno dei massimi teatri del mondo ed il più importante tra quelli italiani è un po’ casa mia, insieme ovviamente al Donizetti di Bergamo, perché lì ho mosso i miei primi passi da spettatore. Quando andavo alle medie i miei non si potevano permettere un abbonamento alla Scala, visto che già mi pagavano quello al Donizetti, ma mi acquistavano con la media di 3-4 volte all’anno uno spettacolo a mia scelta da vedere al Piermarini. Quando poi andai a Milano con l’alibi di fare architettura, anche per far vedere ai miei genitori che stavo facendo qualcosa di serio, la carriera universitaria finì si può dire sul nascere, ma rimasi lì per studiare e perfezionarmi e fu allora che iniziai ad andare quasi tutte le sere alla Scala facendo code lunghissime. Sì, ci ho vissuto gli anni più belli come spettatore, infatti quando son salito per la prima volta dall’altra parte del palco, vederlo da quella prospettiva è stato molto emozionante.

Ha ricevuto diversi riconoscimenti. Oltre al recente titolo di Kammersänger, di cui abbiamo già parlato, citiamo, tra gli altri, il “Rossini d’Oro”, premio a Lei consegnato nel 2016 a Pesaro per i successi di pubblico e di critica che ha ottenuto al “Rossini Opera Festival”. Quali sono, in questa prima parte della Sua carriera, le opere e i ruoli che le hanno dato più soddisfazione?

I riconoscimenti sono bellissimi, sono contento dei premi e dei titoli che mi son stati conferiti ma non sto a guardare tutti i giorni le pergamene appese al muro beandomi di questo. Sono venute perché ho fatto bene il mio lavoro, ma non devono essere solo un traguardo, bensì una spinta per fare ancora meglio. Per quanto riguarda i ruoli che mi han dato più soddisfazione sono sicuramente quelli che mi han fatto soffrire di più, un po’ come in amore. Ruoli difficili, quelli considerati delle conquiste, tipo Assur che mai avrei creduto di fare e invece l’ho fatto proprio a Monaco con un cast di altissimo livello in una nuova produzione che ha attirato l’attenzione mondiale. Tra gli ultimi grandi ruoli affrontati, penso a Filippo II che per la categoria del basso è, insieme a Boris Godunov e Mefistofele, “IL” ruolo del basso e l’ho cantato in una grande produzione di Robert Carsen diretta dal M° Chung per l’inaugurazione del Teatro La Fenice, quindi in un contesto niente male per un debutto. Mi sono misurato con uno dei ruoli più monumentali, affrontato dai più grandi bassi della storia, ed è stata una bellissima soddisfazione. Ho avuto la fortuna di collaborare con grandi artisti come appunto Carsen, Graham Vick, Damiano Michieletto col quale, a proposito di ruoli che porto nel cuore, ho debuttato Méphistophélès ne “La damnation de Faust” e Nick Shadow nel “Rake’s progress” sempre a La Fenice. Tutte produzioni sofferte, teatro di grandi tensioni anche, lacrime e sudore, ma che alla fine quando chiudi lo spartito e ti metti in macchina per tornare a casa ci ripensi e dici ’Sì, ho fatto davvero una bella cosa!’.

Cosa esprime di più la qualità nel campo dell’opera lirica, la perfezione delle voci, una sapiente direzione d’orchestra, la fedeltà alla partitura, la regia, l’interpretazione, la presenza scenica, la capacità di emozionare il pubblico o un insieme di questi e altri elementi?

Tutto ciò che lei ha menzionato ma anche di più, perché l’opera lirica è una rappresentazione che racchiude tutte le forme d’arte: il canto, la recitazione, la scultura, la poesia, la pittura, il balletto, la musica. Come quando si va in un grande ristorante stellato e si ha di fronte questo piatto famosissimo, che ha reso famoso in tutto il mondo lo chef stellato, ecco dietro c’è un team che lavora faticosamente per far uscire quel piatto. Così in teatro, voi vedete solo ciò che c’è quando si alza il sipario ma dietro, quotidianamente, c’è un lavoro invisibile di maestranze che si incontrano e si scontrano per poter presentare quello spettacolo.

Come riesce a stabilire un contatto con il pubblico, a trasmettere le sue emozioni? 

Il contatto con il pubblico è fondamentale. Il pubblico si sente che c’è e si instaura questo filo invisibile tra la platea e il palcoscenico che passa sopra l’orchestra e capisci subito ciò che il pubblico sta provando. Si avverte subito se hai catturato la loro attenzione oppure no. Infatti è importante non temere il pubblico ma tenerlo sotto controllo, al “guinzaglio”, anche nei momenti più difficili dove magari non sei in forma, devi dare l’impressione di dominarlo. Devi amarlo, devi essere generoso, dare tutto te stesso con il pubblico e questo loro lo sentono e lo apprezzano. Infatti in questo momento particolare, dove si fanno le cose in streaming, la cosa che manca di più è il contatto fisico con il pubblico. sai che dietro la telecamera c’è qualcuno, ma ti sembra di essere lì per nessuno. Noi facciamo spettacoli dal vivo, non facciamo televisione o cinema, abbiamo bisogno del pubblico. Il teatro non esiste senza pubblico, gli artisti e il pubblico sono gli organi che creano la vita nel teatro, se ne manca uno non c’è vita. Infatti non c’è teatro senza pubblico.

Un cantante quanto può mettere del suo nell’interpretazione delle opere? 

Mette tutto se stesso. Ognuno di noi porta il proprio bagaglio culturale e personale, quel background di cui parlavamo prima, nei personaggi che interpreta e li fa propri. Allo stesso modo si prende qualcosa da questi personaggi, in una continua dialettica che subisce le variazioni che noi stessi subiamo grazie agli anni, alle esperienze, agli incontri. Così ogni volta che torno ad un personaggio porto sempre qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo son io ritrovarlo sempre con luce diversa.

Crede sia opportuno, in alcuni casi, attualizzare le opere, inserire nella scenografia, nei costumi, nella regia richiami alla realtà moderna o pensa sia giusto mantenere le opere fedeli ai contesti nei quali sono nate?

Credo sia opportuno e doveroso in certi casi attualizzare le opere, soprattutto in quelle nate in periodi storici così particolari dove le opere erano la denuncia della società e del malcostume. Quindi erano messaggi moderni per l’epoca ed abbiamo il dovere di far parlare con il linguaggio di oggi quei sentimenti. Basti pensare a “La Traviata” e allo scandalo che creò alla sua prima rappresentazione al Teatro La Fenice. Ma dava fastidio perché era lo specchio di quella società, infatti ho notato che le cose che infastidiscono maggiormente il pubblico sono proprio quelle che lo riguardano nel vivo. Quando mettiamo in scena il sesso, la violenza, son tutte cose che danno molto fastidio, ma proprio perché il pubblico si riconosce in quello che sta vedendo, si sente messo a nudo e “in piazza”, si vede e non si piace. Ecco allora capisci che stai parlando direttamente a chi hai di fronte e che non stai stravolgendo niente, solo attualizzando gli strumenti per far arrivare lo stesso messaggio pensato dall’autore. Certo, questo tipo di operazione è oggi attuata da molti, ma onestamente in pochi ci riescono. Il rischio è che diventi una moda, il denunciare va bene ma lo scandalizzare per il mero scalpore diventa una cosa anche abbastanza noiosa. Non esistono opere belle o brutte perché moderne o classiche, ma esistono spettacoli che quando si esce da teatro hanno lasciato qualcosa, quindi non solo spettacoli consolatori con pizzi, spade e merletti che più che fare Arte sembrano voler raccontare una bella favola prima di andare tutti contenti al ristorante.

Quali sono i suoi obiettivi futuri, ci sono altri teatri, ruoli, riconoscimenti che per Lei rappresentano traguardi irrinunciabili?

Fortunatamente ci sono tanti obiettivi futuri, in primis quello di tornare alla normalità e di fare spettacoli dal vivo e con il pubblico. Normalità che auspico non solo per il teatro ma per tutti i settori della nostra vita. Ci son stati tanti ruoli che erano in programma e che purtroppo son saltati a causa della pandemia. Altri invece sono ancora in programma e spero di poterli fare, penso al Mefistofele di Boito, ad altri Don Carlo, ad altri personaggi verdiani…Ai riconoscimenti non ci penso molto perché arrivano se fai bene, quindi prima di tutto penso a fare bene. Se poi arrivano, certo mi godo il momento, poi però li appendo al muro e mi metto subito a pensare a ciò che di bello dovrò fare domani. 

Che cosa vorrebbe dire a un giovane che oggi sogna di diventare cantante lirico? 

Gli direi che lo deve volere veramente, è una professione che va fatta con abnegazione perché dà molto ma prende anche molto della vita, degli affetti. Richiede molto sacrificio e devi volerlo con tutto te stesso, avere una vocazione ed essere molto curiosi della vita.

Poco tempo fa Lei ha dichiarato: “Dove c’è musica non può esserci nulla di cattivo”. E’ un’affermazione che trasmette speranza e serenità. Qual è il messaggio profondo contenuto in questa frase?    

Ho fatto mia questa bellissima dichiarazione d’amore verso la musica di Miguel de Cervantes proprio in occasione del mio debutto in “Don Quichotte” a Berlino perché ritengo che sia assolutamente così. La grandezza di un popolo, di una società la si misura nel valore che danno all’Arte. Perché l’Arte a 360 gradi, e nel nostro specifico la musica, è la palestra della mente e grazie a questo saremo sempre più aperti al dialogo, allo scambio, al cercare e condividere il buono e il bello. E sappiamo quanto ne abbiamo bisogno in questo momento.

Lidia Cimino

Fotografie :  ©Rai,  ©Bayerische Staatsoper

Alex Esposito
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Le nozze di Figaro at the Bayerische Staatsoper
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