Il segreto per rimanere in buona salute non è la vita monacale, ma la consapevolezza delle proprie azioni

«Longe præstantius est præservare quam curare». Prevenire è meglio che curare. A suggerirlo è stato nel Seicento Bernardo Ramazzini, medico sociale e scienziato visionario, che aveva già capito quanto fosse importante non solo curare i malati, ma altresì prevenire le malattie e promuovere in generale il miglioramento della salute umana. Il Magister, in sostanza, asserisce con convinzione la superiore efficacia della prevenzione nei confronti della cura. Oggi – come spiega il professore Giuliano Franco del Dipartimento di Scienze mediche e chirurgiche dell’Università di Modena e Reggio Emilia nel suo volume sull’opera di Ramazzini – gli interventi preventivi, rivolti all’individuo singolo e alla comunità, hanno lo scopo di promuovere la salute, individuare e rimuovere precocemente i fattori di rischio, diagnosticare per tempo le patologie per migliorare l’aspettativa di vita e individuare percorsi assistenziali e riabilitativi adeguati. 

Il valore ineludibile dell’attività fisica

Peraltro, è sempre questo medico illuminato di Carpi, padre della Medicina del lavoro, ad evidenziare come uno stile di vita sedentario comporti inevitabilmente rischi importanti per la salute individuale a causa della mancanza di esercizio, come ha potuto a suo tempo evincere dall’osservazione degli artigiani seduti tutto il giorno davanti ai banchi di lavoro, assimilabili oggi alle scrivanie su cui sono poggiati i nostri modernissimi computer e tablet digitali tanto evocati in tempi di smart working. Al punto di ammonire seriamente i concittadini del suo tempo che, «per ovviare agli inconvenienti della vita sedentaria o dello stare in piedi, devono fare tutti i giorni esercizi moderati». 

La lezione ramazziniana è moderna sia per la pratica medica sia per la tutela della salute di chi lavora, fondata su una medicina semplice basata su corretta alimentazione, riposo e pulizia. Molti sono gli elementi di originalità del pensiero ramazziniano che possono essere valorizzati oggi nell’ambito della professione medica: la comprensione dell’associazione tra ambiente e salute, il sospetto dell’origine ambientale di ogni patologia, la necessità di raccogliere la storia lavorativa di ogni paziente sono insegnamenti universali che oggi costituiscono obiettivi formativi inderogabili per ogni studente di medicina.

Un’eredità preziosa da non disperdere

A raccogliere l’eredità del medico del Seicento è oggi la dottoressa Giuliana Matordes, medico di medicina generale di Garbagnate Milanese e convinta paladina del metodo ramazziniano, impegnata quotidianamente a diffondere con professionalità i principi fondamentali della prevenzione quale strategia efficace per migliorare la qualità di vita e ridurre i costi indotti dalle patologie croniche ad elevata incidenza come diabete, ipertensione, obesità, disabilità da invecchiamento e chi più ne ha più ne metta. Autrice del manuale Cammino in Salute, che riporta il programma di attività fisica ideato nel 2012,  pianificato e perfezionato in seguito sul territorio di Garbagnate Milanese dall’Associazione onlus “Cammino in Salute” di cui è consulente, Matordes ha ora l’obiettivo di diffonderlo ad altre realtà perché solo l’attuazione della prevenzione in modo continuativo con il coinvolgimento del maggior numero di persone potrà produrre risultati significativi. Al suo fianco la dottoressa Lorena Macchi, direttore amministrativo del Progetto Oblò – Cammino in Salute APS.

Dottoressa Matordes, come nasce Cammino in Salute?

L’idea è nata dalla constatazione che un’offerta di prevenzione efficace in realtà non esisteva. Ci sono le raccomandazioni “stampate su carta” di praticare attività fisica regolare e assumere un’alimentazione corretta, ma nell’ambito della medicina di famiglia ci si rende poi conto che le persone sono “inchiodate” alle loro abitudini di vita, convinte magari di mangiare bene o di muoversi abbastanza – ma non è così – e che spesso si aggrappano ad un falso alibi: quello della mancanza di tempo. 

In realtà, credo che in quest’ambito ci sia un grosso problema culturale. Per questo credo sia strategico condividere delle scelte sia dal punto di vista alimentare sia dell’attività fisica. È inutile proporre la pratica del nuoto perché sai che quest’attività è ottimale per te stesso, ma non va bene per l’individuo che magari ha paura dell’acqua. Allo stesso modo non si può proporre il Nordic walking |NdR: camminata nordica| se non creo un contesto che lo renda possibile, anche dal punto di vista della sicurezza.

Che cosa serve allora, oltre a condividere delle scelte con il paziente? 

Se è strategico personalizzare e condividere delle scelte, è però necessario lavorare anche sull’assunzione di responsabilità. Il comportamento delle persone è tale per cui viene ritenuto “normale” accedere al medico con una domanda di risoluzione del problema senza la propria partecipazione. Per esempio, continuare a lamentarsi che fanno male le ginocchia quando si è obesi serve a poco: bisogna lasciarsi suggerire la necessità di perdere peso e praticare attività fisica per mantenere trofiche le strutture osteoarticolari coinvolte nella deambulazione. Inizialmente l’idea è stata quella di vedere se, facendo delle proposte alla portata di molte persone guidate lungo un percorso, si riesce ad ottenere una maggiore adesione al miglioramento della propria salute. E così è stato.

Mi faccia qualche esempio di proposte personalizzate.

Cammino in Salute ha optato per la via della personalizzazione: io ti visito e valuto le tue necessità e i tuoi problemi, quindi ti faccio una proposta sia dal punto di vista alimentare sia dell’attività fisica. Attività fisica rappresentata dal Nordic walking, certo, ma a misura di persona, perché è evidente che se il soggetto ha problemi ai polsi o alle spalle non posso proporgli ostinatamente questo tipo di attività che si pratica con le relative bacchette da camminata nordica. Allo stesso modo, di fronte ad una persona con malattia di Parkinson, se non considero che l’utilizzo dei bastoni potrebbe rivelarsi rischioso, è evidente che sto facendo delle proposte senza senso, ovvero “nonsense” come dicono gli anglosassoni. Personalizzare la proposta di prevenzione penso sia stata una strategia vincente. 

Ma secondo lei, dottoressa, è un’idea esportabile in altre realtà?

A questo punto c’è una cosa da dire: una piccola realtà non può fare la differenza. Considerando che le patologie croniche dell’invecchiamento è diventato ormai un problema mondiale, bisogna fare lo sforzo di strutturare il metodo rendendolo replicabile. Noi ci lavoriamo dal 2012, aggiungendo in itinere  dei servizi specifici: per esempio ci siamo dedicati maggiormente alle persone con criticità, quali Alzheimer e Parkinson, o ai grandi anziani grazie anche al supporto dell’amministrazione municipale di Garbagnate Milanese, che ci ha messo a disposizione una pista di atletica e una palestra per la pratica del Nordic walking in sicurezza nelle persone con Parkinson, per esempio, che altrimenti correrebbero dei seri rischi a camminare su un terreno accidentato. È molto importante, infatti, se non addirittura fondamentale coinvolgere per questi obiettivi le istituzioni.

Qual è stato lo step ulteriore che ha fatto crescere ciò che avevate in mente?

Da qui è nata l’idea di creare l’Unità di prevenzione della salute. Allo stesso modo per cui esistono l’ospedale, i poliambulatori, gli studi dei medici di medicina generale, occorre dare dignità al Servizio di prevenzione della salute, inteso come luogo dedicato a prevenire le patologie croniche o la loro evoluzione tramite specifici professionisti, che sanno prender per mano le persone dopo averne valutato e pesato i fattori di rischio in modo da correggerli in maniera appropriata, poi condividendo delle scelte di correzione che possano essere accettate. Proporre, per esempio, un regime alimentare che una persona può seguire per 8 mesi ma poi decide che banalmente non le piace, ebbene si tratta di una proposta “non vincente”. Perché sedersi a tavola è, comunque, un momento piacevole della giornata da condividere con gli amici o con i propri familiari, e le persone spesso non hanno voglia di mangiare la pasta integrale al posto di un buon risotto alla milanese. 

Come si fa a convincerli di modificare le proprie abitudini alimentari e di vita?

È questo il momento di personalizzare la proposta, tenendo conto delle abitudini alimentari preferite dalle persone e lavorando insieme gomito-a-gomito. Paradossalmente, molto spesso ci rendiamo conto che si tratta solo della quantità di cibo in gioco, più che della qualità, perché le persone in genere introducono più calorie del necessario. Quindi si tratta di ridurre le porzioni da consumare ed eventualmente introdurre dei correttivi dal punto di vista nutrizionale: che so, aggiungere ad un primo una piccola quantità di speck magro al posto della pancetta o della salsiccia non modifica granché il piatto dal punto di vista del gusto, ma dell’introito energetico e dei macronutrienti sì. 

Poi bisogna anche accompagnarli lungo il percorso, supportandoli e concedendo loro il giusto tempo per “abituarsi” alle nuove abitudini. Se all’inizio si affrontano pregiudizi come quello di non poter fare a meno di mangiare la pasta, ma vale anche per il fumo, poi ci si accorda sulla riduzione della quantità da consumare o della sua frequenza settimanale senza per questo eliminare la pietanza. Alla fine, le persone scoprono – al di là di poter indossare un abito di taglia inferiore – che si sentono e stanno veramente meglio. Lo toccano con mano. Ma la regola maestra, per un medico dell’Unità di prevenzione della salute, è quella di non rinunciare mai a convincere le persone a migliora la propria salute a partire dalla modificazione delle proprie abitudini e del proprio stile di vita.

Dottoressa Macchi, che cos’è il Progetto Oblò e come tale riesce a dare una risposta a queste priorità di salute?

Innanzitutto, il Progetto Oblò è un’innovazione all’approccio alla prevenzione. È un cambio di paradigma o se si vuole di velocità nelle persone, che vengono guidate e invogliate a prendersi cura – in prima persona – della propria salute, senza delegarla continuamente ai farmaci o ad uno specialista. Una questione oggi fondamentale soprattutto in tempi di pandemia. Quando ci si adagia sulle proprie abitudini quotidiane, prima o poi si va incontro ad un problema di salute importante che suscita una condizione di allarme. Prendersi cura della propria saluta non vuol dire vivere costantemente “in allarme”, ma essere consapevoli che ogni azione quotidiana può condurre ad una vita sana o ad una vita scandita da problemi di salute. Un cambio di approccio verso se stessi che rappresenta anche lo zoccolo duro per chiunque voglia migliorare la propria salute.

Quali canali di informazione utilizzate per render noto il progetto sul territorio e come è strutturato il Progetto Oblò?

In questo momento stiamo organizzando tre convegni in presenza previsti per settembre e ottobre 2021, compatibilmente con l’evoluzione dell’ondata pandemica di Covid, iniziando dal Comune di Cesate. I target da raggiungere sono tre: gli over 65 nel primo convegno, gli adulti e gli studenti delle scuole superiori nei successivi. Il Progetto Oblò in realtà è un luogo della prevenzione che ha sede a Garbagnate Milanese. Al paziente che accetta di aderire al progetto, previo un primo incontro per la raccolta anamnestica gestito dalla dottoressa in Scienze infermieristiche Tatiana De Pascalis, viene consegnato un questionario che lo guida alla raccolta di tutta la sua documentazione clinica. Peraltro, le nostre cartelle cliniche non sono altro che una sintesi del profilo clinico dei pazienti per fotografare in quel momento il loro stato di salute. Questo consente alla dottoressa Matordes di capire quale sia il percorso migliore e quali siano le indicazioni che il paziente deve/vuole seguire per mantenere la sua vita in salute. 

Tutte queste informazioni vengono memorizzate su un dispositivo portatile |sottoforma di braccialetto| chiamato ICE KEY |NdR: ICE = In Case of Emergency, ovvero In Caso di Emergenza|, e sono direttamente fruibili dal paziente tramite un app da scaricare sullo smartphone attraverso una piattaforma informatizzata in iCloud che mantiene i dati disponibili aggiornati e sincronizzati con l’app. Ice Key è utilizzabile ovunque in Italia o all’estero grazie alla presenza di un menu tradotto in 7 lingue. Ulteriore vantaggio di questo sistema è la consegna, insieme al device con l’app, di un adesivo contenente il codice del profilo della persona da applicare sulla tessera sanitaria e leggibile con qualunque smartphone dotato di lettore di codici QR attraverso cui, in caso di emergenza, si può accedere a tutti i dati clinici del paziente riducendo i tempi di intervento. 

Un progetto di prevenzione della salute che varrebbe la pena replicare.

Oblò, per concludere, è la strategia di un lungo percorso di prevenzione della salute. Uno strumento che va attentamente predisposto dai sanitari per essere attendibile e collocato al servizio della persona e della medicina. Non è un caso che abbiamo scelto di essere accanto all’ambulatorio di un medico di medicina generale: c’è un servizio di prevenzione che supporta l’attività del medico di famiglia, c’è uno strumento di facile accesso ma con contenuti attendibili, perché i dati clinici vengono registrati dall’operatore sanitario senza contraddire il Fascicolo sanitario in confronto al quale rappresenta un momento di sintesi. Nel nostro caso, in sede ci avvaliamo anche dell’operato di un’infermiera, un fisioterapista, un osteopata, una nutrizionista e una psicologa. 

Uno strumento, in conclusione, ben strutturato e idealmente collocato per creare una rete di assistenza eccellente e soprattutto replicabile. In questa prima fase la nostra intenzione è raccogliere un certo numero di persone che ci seguono, in modo da ottenere la maggior quantità possibile di dati, e successivamente effettuare un’analisi epidemiologica per costituire la base di un’esperienza replicabile su altri territori del paese. 

Dottoressa Matordes, allora per vivere in buona salute non serve chiudersi in convento?

Dal punto di vista medico, accompagnare nella malattia una persona normopeso, abituata a seguire uno stile di vita corretto e che non fuma, è tutta un’altra cosa non solo in termini di risposta alle terapie, ma anche in termini di approccio psicologico alla malattia. La persona che ha cura di se stessa ha un vissuto, per esempio, della chemioterapia molto diverso rispetto a chi invece, mi si passi il termine, è “trasandato” nei confronti della propria persona. Nessuno ti può promettere l’eterna salute, ma è indubbiamente un investimento da fare. Banalmente chi, in condizioni di obesità, si sottopone ad intervento di ernia inguinale anche in laparoscopia manifesta una guarigione più lunga e complicata della ferita chirurgica, con un rischio più elevato di suppurazione e allentamenti delle suture. Insomma, le persone devono capire che vivere in buona salute non significa sacrificarsi e condurre una vita monacale, ma vuol dire fare delle scelte alimentari e di comportamento corrette, con un atteggiamento culturale teso ad un senso di equilibrio, senza per questo vivere male. In questo modo si diventa responsabili della propria salute.

Sic et simpliciter!

Giorgio Cavazzini

Progetto Oblò
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