È inutile negarlo. Siamo entrati in una nuova era: quella delle Pandemie. Ce lo siamo ripetuti ogni qualvolta si è presentato un nuovo focolaio lontano nel mondo – neanche abitassimo su un altro pianeta – che il rischio per l’umanità era imminente. Scienziati ed esperti mondiali non si sono fatti pregare a lanciare il loro moniti e le previsioni peggiori ai popoli della Terra. Ma alla fine è arrivata: dopo l’influenza “spagnola” del 1918, Ebola, Zika, Aids, l’influenza aviaria, è giunto il momento anche per il Covid-19, la sesta pandemia in ordine di tempo. Tutte, ma come il 70 per cento delle malattie in generale, legate tra loro da un fattore comune: l’origine animale.

Fuga dall’era pandemica |ma non è un film|

Il collegamento tra la salute del pianeta e quella dell’uomo è stato messo più volte in evidenza in questi ultimi anni, tanto che l’IPBES, l’Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services |la piattaforma ONU che si occupa di biodiversità ed ecosistemi| ha riunito nell’ultimo workshop ben 22 esperti tra zoologi, medici, economisti di tutto il mondo, per dare alla luce il suo ultimo rapporto dal titolo inquietante: “Escaping the Era of Pandemics”, cioè Fuga dall’Era della Pandemia. Al suo confronto Fuga da Alcatraz di Don Siegel con Clint Eastwood è uno scherzo da bambini.

Insomma, se la distruzione del pianeta non si ferma, è inevitabile che nuove patologie si affaccino sempre più spesso, circolando più velocemente, uccidendo moltissime persone con un effetto devastante sull’economia globale. Uno scenario inquietante, se si pensa che mammiferi e uccelli possono ospitare quasi 2 milioni di virus, un milione dei quali hanno tutti gli attributi per infettare l’uomo. 





Sorveglianza, monitoraggio e diagnostica per il futuro

Ma ad entrare in gioco non è solamente il cambiamento climatico o la devastazione sistematica dell’ambiente. C’è un’altra variabile “dipendente” di cui spesso la gente non tiene conto, ma che ha un valore inestimabile per la salute pubblica: la rete di sorveglianza e monitoraggio per la sicurezza alimentare e i servizi di diagnostica microbiologica nelle cui maglie dovrebbero finire tutti quei microrganismi che possono mettere in pericolo la vita di tutti noi. 

Ne abbiamo parlato con Stefano Colombo, medico veterinario, esperto in microbiologia, malattie infettive e diagnostica di laboratorio, oggi direttore della Microbiologia regione MEA|Medioriente-Asia-Africa| del gruppo Corporate Qualità e Cooperazioni di Mérieux NutriSciences, leader mondiale di servizi e soluzioni in grado di garantire la sicurezza di alimenti, farmaci, cosmetici, sostanze chimiche per l’agricoltura e beni di consumo in un ambiente più sicuro.

Dottor Colombo, prima di laurearsi in Medicina veterinaria so che ha lavorato nei laboratori dell’Istituto Mario Negri di Milano. Che esperienza è stata per lei?

Avendo scelto di prestare servizio civile come obiettore di coscienza, ho avuto la grande fortuna di entrare in questo istituto di ricerca che mi ha dato la possibilità non solo di rimanere vicino all’ambiente scientifico della mia formazione universitaria, ma anche di vivere in prima persona la ricerca facendo valere le mie competenze sul benessere degli animali, sulla chirurgia e sull’ematologia. Ricordo sempre con piacere le dottoressa Carla Zoia e Ariela Benigni, due figure “centrali” all’interno dell’istituto di ricerca milanese, ma a questa esperienza devo anche la tesi sperimentale che ha contribuito ad attribuirmi la lode nella discussione di laurea all’Università Statale di Milano.

Una volta laureato immagino avrà trascorso un periodo di orienteering, come si dice, prima di trovare il giusto percorso della sua attività professionale? 

Dopo la laurea pensavo che quella del veterinario sarebbe stata la mia professione definitiva: per quasi due anni ho condiviso l’attività con il dottor Emilio Donizetti, medico condotto degli ambulatori veterinari di Albino in provincia di Bergamo, che grazie alla sua operatività nella valle mi ha aiutato a crescere professionalmente, sia con i grossi sia con i piccoli animali. Purtroppo, la “malattia” dei piccoli animali è spesso rappresentata dai loro padroni. Un’utenza non prettamente focalizzata su quelli che erano i miei valori, cioè di una medicina veterinaria di campo.

Nel frattempo, però, ho avuto l’occasione di entrare per caso in contatto con l’Istituto zooprofilattico sperimentale di Brescia, che fa parte di una rete di istituti tecnico-scientifici articolati in sedi regionali e provinciali in grado di erogare servizi diagnostici relativi ai requisiti di norma europea sulla sanità del benessere animale: prevenzione delle malattie infettive trasmissibili all’uomo, prevenzione delle malattie infettive che abbattono il valore economico e produttivo degli animali. Ma questi istituti si occupano anche della parte analitica relativa ai prodotti di origine: carne, latte, miele, lumache e tutto quello che può derivare dall’allevamento di natura economica del capitale animale. 





Ricerca e identificazione dei patogeni alimentari

Con una borsa di studio sono così riuscito ad entrare all’Istituto di Brescia, dove mi sono occupato di sviluppo dei metodi di analisi microbiologica per la ricerca e l’identificazione dei patogeni alimentari emergenti, sempre correlati ai prodotti di origine animale. Poi, in realtà, le analisi strumentali non vengono fatte solo sulla carne animale, ma anche su tutti gli altri prodotti alimentari: quelli da forno, verdura fresca e così via, in quanto dal punto di vista procedurale dell’analisi non ci sono grosse differenze. Ho trascorso così 4 anni intensi che mi hanno dato la possibilità di scrivere articoli scientifici e la fortuna di pubblicare per la prima volta in assoluto un articolo sull’isolamento di un ceppo di Escherichia coli patogeno, batterio Gram negativo saprofita intestinale, con caratteristiche biochimiche uniche al mondo. 

Che cosa ha determinato poi l’evoluzione del suo percorso professionale?

Sono stato avvicinato da bioMérieux, un’azienda presente sul territorio da oltre un secolo, la cui missione è occuparsi di sanità industriale, reparto dove poi sono entrato a lavorare, e di sanità ospedaliera producendo apparecchiature e reagenti per i servizi di diagnostica. A metà degli anni Novanta, Alain Mérieux, figlio di Charles e nipote Marcel fondatore dell’Institut Mérieux nel 1897, si sposta negli Stati Uniti per approfondire la conoscenza dai laboratori fondati da John H. Silliker, leader indiscussi da almeno 30 anni dell’attività analitica sulle salmonelle al servizio dell’industria alimentare americana. Da tali premesse nasce il mio coinvolgimento nel progetto di sviluppo del primo laboratorio di questa società di servizi fuori dai confini degli Stati Uniti. Nel 1999 viene fondata la società Silliker Italia, all’interno della quale opero ancora oggi, diventata successivamente Mérieux NutriSciences, che resta fondamentalmente una società a conduzione familiare anche dopo l’entrata dell’azionariato. Questo fa si che, anche nella gestione della quotidianità, ci sia sempre una particolare attenzione ai rapporti umani e alla crescita professionali. Non ci sentiamo numeri, ma persone.

Il salto nei paesi asiatici e mediorientali

Nei 15 anni che seguirono mi sono impegnato nell’acquisizione di nuove filiali in Europa, dedicandomi successivamente – in sintonia con l’espansione del gruppo – a territori più lontani quali i paesi asiatici sul Pacifico e il Medioriente. Oggi mi occupo dell’integrazione di nuove entità della regione MEA, che rispondono per le operazioni tecniche al sottoscritto, e dell’acquisizione di altre filiali estere come la Colombia e il Brasile, dove ho operato fuori dal mio mandato geografico. Oggi la pandemia mi costringe a lavorare da Bergamo, a cause delle limitazioni imposte dalla pandemia e dalle condizioni particolarmente difficili nelle quali si trovano alcuni paesi della regione MEA, in cui spesso non esiste una struttura sanitaria paragonabile per organizzazione ed efficienza a quella in Europa.

Che cosa l’ha aiutata a confrontarsi professionalmente in molti paesi del  mondo, così lontani dalla nostra quotidianità?

La mia è un’attività per svolgere la quale devo ringraziare la mia attitudine a parlare senza difficoltà diverse lingue, acquisita grazie ad una passione che coltivo ormai da quando ero ragazzino: quella radiantistica, culminata con l’acquisizione della licenza di “radioamatore” nel 1981. Un hobby che mi ha permesso di acquisire conoscenza e pratica delle lingue straniere e la necessaria apertura alle differenze culturali, elementi chiave della mia carriera professionale. Attraverso l’apparecchiatura radio ci si tutti da del “tu”, non ci sono frontiere, non ci sono differenze fra radioamatori. Un senso di uguaglianza senza confini che vengono aboliti da un semplice segnale radioelettrico. Un patrimonio di cultura “umanistica” cui non rinuncio. 

Che cosa pensa dell’attuale pandemia come esperto di patogeni emergenti?

L’attuale pandemia causata dal virus Sars- CoV-2 è una zoonosi trasmessa all’uomo dal pipistrello, ormai noto come deposito e carrier di coronavirus |probabilmente da millenni|, magari grazie anche al passaggio in specie intermedie. Un’emergenza sanitaria che ci riporta metaforicamente indietro nel tempo alla tubercolosi di Pasteur, trasmessa dalle vacche, con caratteristiche però di flagello molto più gravi. Questa situazione ha permesso di rivalutare quel settore della scienza veterinaria, relativa all’infettivologia, che rimane sempre un po’ nell’ombra, oscurata dai media a vantaggio di altri protagonisti spesso perché noi veterinari non siamo abituati a “venderci” bene. 

Quando si parla di malattie infettive non si pensa al cane o al gatto domestici, che godono di livelli di sanità pubblica veterinaria elevatissimi, ma si rimane confinati in un mondo – quello rurale e degli allevamenti industriali – contrassegnato da una povertà culturale in senso lato e da una conoscenza tecnica enorme in senso specifico. Due realtà che non comunicano tra di loro, salvo quando l’allevatore di vacche scende in strada con il trattore perché non gli pagano abbastanza il latte. Solo allora si intervista il veterinario. 





Una struttura di sanità pubblica dedicata alla prevenzione

Un altro problema riguarda i veterinari che sono sempre un po’ occultati nei casi di frode alimentare contra legem. Ad occupare la scena prima di loro sono i Nuclei antisofisticazione e sanità |NAS| dei Carabinieri, ma i servizi veterinari pubblici fanno una copertura capillare del territorio costante in tutta Europa con normative che tutelano la salute pubblica. Una struttura di sanità pubblica di prevenzione delle zoonosi e delle malattie del bestiame che non può essere di cura e che non esiste, per esempio, in paesi come la Cina. La pandemia attuale ci ha, quindi, riportati un po’ indietro nel tempo come dinamica di una malattia infettiva che origina dagli animali e interessa l’uomo, ma che ha rimesso in luce l’importanza di questa struttura di sanità pubblica diffusa sul territorio. Da questa dipende la salute dei cittadini di tutta Europa grazie al divieto di importare animali ammalati, ai controlli di frontiera e al lavoro capillare di prevenzione che l’Unione europea fa ormai da 30 anni. A noi non può arrivare la carne congelata di pipistrello.

Esiste forse una meccanismo di causa-effetto tra degrado ambientale e pandemie?

È evidente come negli ultimi 50 anni la sicurezza alimentare sia enormemente cresciuta, a patto di venire gestita in sintonia con l’ambiente. Se però il modello di sviluppo è quello solo ed esclusivamente legato al “consumo” dell’ambiente, fisicamente parlando, con caduta di quella barriera naturale che ha diviso per secoli il reservoir di microrganismi a noi ignoti dagli insediamenti umani popolati da predatori ambientali in termini di alimentazione, ecco allora che trovano spiegazione le cicliche ondate pandemiche che si susseguono ormai a distanza di pochi anni l’una dall’altra. L’ultima è ormai la terza causata da coronavirus in ordine di tempo. Con questo virus dovremo convivere per decenni, ce lo insegnano per esempio – per tornare alla veterinaria – i virus dell’afta epizootica contro i quali abbiamo abbiamo lottato 50 anni, vaccinando e poi abbattendo gli animali positivi. Una soluzione che, ovviamente, non può essere traslata all’umanità. Questa pandemia, alla fine, diventerà un’endemia persistente con un’attenuazione dei casi, salvo che il virus non muti come succede al virus dell’influenza. Il tema dell’ambiente dovrebbe essere un grilletto di una rivoluzione prima di tutto culturale, sia del singolo sia della collettività, che riguarda la gestione del pianeta. Veniamo da un altro mondo? Siamo forse degli alieni che distruggono la propria casa? C’è da sperare che l’intelligenza dell’uomo riesca a superare i danni che produce.

Giorgio Cavazzini

India
Lab management team Città del Capo
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Team microbiologia Ryiadh
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Stefano Colombo
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