Chitarrista di talento formatosi con lezioni e l’ascolto dei dischi. Bravo al punto di insegnare lo strumento e di essere diventato il suono elettrico di grandi nomi della musica italiana, in studio e davanti a decine di migliaia di persone. Tanto per pescare a caso dal pozzo: Renato Zero, Fiorella Mannoia, Lucio Dalla, Biagio Antonacci, Loredana Bertè, Mango, Ron, Luca Carboni, Tazenda, Umberto Tozzi, Alberto Fortis. L’album non è completo.

Un amore particolare per il rock-fusion. Purché esca dalla magia delle sue dita che viaggiano sulla sei corde. Fabrizio Leo, Bicio per tutti, classe 1971, è uno che se invece di nascere ad Abbiategrasso avesse messo fuori la testa a Dudley o a Memphis avrebbe goduto della stessa fama che arrise a Mick Ronson o Eddie Van Halen.

Come e quando è nata la sua passione per la chitarra?

Nei primi anni Ottanta. Andavo dai miei zii a Vigevano e prendevo di mira la chitarra classica di mia cugina Nadia, anche se non sapevo suonare. Qualche tempo dopo i miei genitori me ne regalarono una, che cercavo di suonare col pollice a mo’ di barrè. Quindi per un anno presi lezioni in un negozio di strumenti musicali e incominciai ad ascoltare i dischi cercando di imparare il più possibile e costosissime cassette di video didattica che mi furono molto utili.

E quando decise che la musica sarebbe stata la sua professione?

Avevo un lavoro, ero lattoniere e passavo il mio tempo sui tetti. Iniziai per gioco con alcuni amici scimmiottando gli Iron Maiden e suonando nei locali. A metà anni Novanta avevo in testa solo la musica e qualche anno dopo mi licenziai perché il titolare dell’impresa non mi dava più i sabati liberi. Entrai in una cover band. Poi il colpaccio di fortuna.

Che fu…?

Biagio Antonacci. Mia cugina era sposata con Fabio Coppini, pianista e direttore artistico di Antonacci, e tramite lui iniziai a mandargli i miei pezzi in cassettine. Gliene feci arrivare una marea. Poi un giorno Nadia mi chiama al telefono, mi deve comunicare una notizia ma mi prega di restare calmo. «Ti faccio venire a suonare con Biagio», mi dice. Mi presentai, gli piacqui e nel giro di poco tempo via, sul palco per tre concerti. Anche con 25.000 persone. Non capivo più niente. Un sacco di ragazze che non mi toglievano gli occhi di dosso. Durante l’esibizione lo dissi a Fabio che mi guardò malissimo facendomi capire di restare concentrato sul suono e di non pensare alle ragazze. Una volta successe che al termine di un concerto venni circondato da non so quante fan di Biagio, come se fossi io la star. Non riuscii a raggiungere il pullmino, che nel frattempo se ne stava andando. Mi avevano cercato dappertutto salvo che in quell’assembramento di ragazze scatenate. Dovette intervenire di forza un carabiniere.

A quante chitarre è arrivato?

Boh, una ventina. Il mio pilastro è la Molinelli customizzata. Fabio Molinelli è un liutaio sopraffino, un artigiano così attento alla qualità della sua fatica che non ne fa molte e non a tutti quelli che gliene chiedono una. 

Com’è stato il processo di personalizzazione dello strumento?

Me ne fece provare qualcuna delle sue osservandomi suonare per saperne di più sulla mia sensibilità come chitarrista. Disse che per me sarebbe stata perfetto uno strumento con corpo in tiglio, top in acero fiammato, manico in acero e tastiera in palissandro. La costruì e me la fece provare. Meravigliosa. Un manico, la parte più importante, che mi si adattava come un guanto. 

Quali sono stati, o sono ancora, i musicisti di riferimento?

Incominciai ispirandomi a Eddie Van Halen. Poi Steve Vai, Joe Satriani e Greg Howe.

Un ruolo di primo piano nella sua carriera la gioca Renato Zero. Come fu l’incontro?

Nel 2009 mi trovavo a Roma per il tour con Fiorella Mannoia. Renato era in studio per l’album Presente. Alla chitarra c’era Phil Palmer, ma per alcuni pezzi voleva un suono più aggressivo. Al suo ingegnere del suono, Maurizio Parafioriti, venne l’idea di farmi una chiamata visto che ero da quelle parti. In un paio di giorni suonai in otto pezzi e lui fu colpito dalla mia voglia e dalla partecipazione che ci misi nell’interpretare il mood delle canzoni. Con la sua classica voce mi disse: «Ao, se vede che te piace sonà, eh?» Così mi chiamò anche per i tour, le ospitate televisive, Sanremo e così via.

Ha suonato anche nel nuovo ZeroSettanta, la trilogia.

Sì, nel volume 1, l’ultimo uscito, quello che vede la partecipazione di Danilo Madonia negli arrangiamenti e produzione musicale. Ci sono pezzi forti, si sente che si tratta di un artista in continuo cambiamento, che fa musica curata come era tradizione nel vecchio stile di creazione e produzione e non nel modo sciatto di oggi.

Com’è lavorare con Zero?

Lui è una persona tranquilla che trasmette la sua tranquillità ai musicisti. Lascia fare, permette di studiare bene le parti. L’importante è che non gli si ostacoli lo spettacolo. Ma non l’ho mai visto arrabbiarsi con un musicista. Con i tecnici sì, ma con un musicista mai. Crea una forte empatia con noi. Poi, chiaro, ha i giorni sì e i giorni no, è un artista così particolare che pretende di rendere concrete delle finezze che all’inizio solo lui vede.

Com’è essere musicisti in Italia oggi?

Un disastro. Troppi che si credono tali ma che in realtà sono di una modestia totale.

Ritornando a Zero, Troppi cantanti, pochi contanti recita uno dei suoi ultimi pezzi.

Esattamente. Troppi. Avessi vent’anni oggi probabilmente non sceglierei più questa strada. Come unica possibilità ormai sono rimasti i talent show, che sfornano il nulla del nulla. Da vent’anni ormai c’è stata una discesa pazzesca del talento. Pochi i locali rimasti in cui presentare la propria musica, pochissimi soldi.

E a livello discografico, come giudica la situazione odierna nel nostro Paese?

Non voglio essere volgare. Hanno educato i ragazzi con robaccia come il trap e il rap, che di musica non contengono proprio nulla. Educare alla musica è come tirar su un figlio. Ma come fanno ad ascoltare tutta ’sta roba vomitata in rima baciata con la voce sintetizzata?

In questo, il ruolo delle case discografiche resta ancora centrale.

Certo, ma oggi esiste esclusivamente il dovere di fare soldi. In America spopola il reggaeton? Tutti qui a fare reggaeton che ci portarà un mucchio di grano. Nel periodo d’oro delle case discografiche il profilo commerciale si sposava sempre con una certa ricerca musicale. Questo oggi è sparito. Modesti discografici, pseudo musicisti, cantanti che non sanno cantare, perduta l’arte dell’arrangiamento. Devo continuare? Il quadro mi pare abbastanza chiaro.

E di fenomeni come cover band e tribute band cosa ne pensa?

Le cover band sono state sempre un trampolino di lancio. Oggi sovrastate dalle tribute band, fenomeno penosissimo per come si sono evolute. Oggi vedi tribute band dei Queen ad esempio con il cantante che impersona Freddie Mercury mostrando una panza da bevitore grossa così. Non mi piacciono.

A proposito dei Queen. Non è che la band originale dia il bell’esempio presentandosi sul palco con un cantante che sarà anche bravo ma non è Mercury. Come è accaduto in passato con i superstiti Doors in tour decenni dopo la morte di Jim Morrison, come se quella voce, quel performer fosse minimamente sostituibile dalla band.

Vedo solo tre ragioni: desiderio di tornare sul palco, di portare avanti il nome della band e necessità di denaro. 

Il rock è morto?

No, il rock non è morto. Solo che è stato già scritto tutto. L’originalità oggi passa su come interpreti la tua musica di riferimento del passato. Non solo il rock, ma la musica in generale non può morire. La musica è vita, senza rimane solo la caverna.

Corrado Ori Tanzi

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