Più invecchia più Stephen King dimostra tutta la sua sensibilità verso l’infanzia, la gioventù e chi la vive. Non che sia un’affinità nata oggi, se si scorre la bibliografia dello scrittore del Maine ci imbattiamo di sovente in storie che coinvolgono direttamente o indirettamente giovani o addirittura giovanissimi protagonisti. Una per tutti: il racconto The body da cui il regista Rob Reiner trasse nel 1986 il bellissimo Stand by me – Ricordo di un’estate.

Ultimamente però l’attenzione di King (La scatola dei bottoni di Gwendy, L’istituto, Se scorre il sangue) verso questo periodo della vita è tanto più continuo quanto destinatario di un delicato pensiero esistenziale del re dell’horror: l’infante (o il giovane) può essere più rovinato che aiutato dall’adulto. Anche attraverso prove d’amore. E comunque vada, la sua diffidenza verso la realtà e il mondo nasce proprio dal complesso di non voler credere più a nulla che non sia dimostrabile dopo la scoperta di essere stato preso in giro per tanti anni.

Parlare con i morti

Con Later (Sperling & Kupfer, 320 pagg., 19,90 euro) si spinge più oltre. In una cornice puramente horror mette al centro la vita di Jamie Conklin, raccontata da lui stesso già ai primi anni di Università a New York con lo sguardo rivolto a prua. Jamie è stato, non si sa come e perché, toccato da una benedizione/maledizione: sin da piccolo è in grado di vedere e parlare con i morti. 

Come il commissario Ricciardi, ma più dell’investigatore di De Giovanni. Perché a Jamie i morti non si limitano a ripetere all’infinito una frase, l’ultima che hanno pronunciato, che contiene il segreto del delitto, ma rispondono alle domande, non sanno dire bugie e se vogliono dialogano col bimbo. 

Un mondo difficile

Un dono che torna molto utile prima a sua madre Tia (a capo di un’agenzia editoriale) e poi alla ex fidanzata di lei, l’agente di polizia (ma anche qui presto ex) Liz. E di questa utilità chi ne paga le spese è proprio il povero Jamie, sfruttato con amore, devozione e follia dal mondo dei grandi.

Di cui si salva solo un vecchio professore in pensione, il signor Burkett, vedovo (con moglie che appare a Jamie) e anche lui all’improvviso abitante dell’Ade, ma in grado di tornargli visibile e dispensatore di saggi consigli con cui cerca di metterlo in guardia su un uso particolarmente disinvolto di questa singolare capacità.

Linguaggio impeccabile

E se il narratore è un giovane, il narrato ci arriva naturale attraverso le capacità linguistiche di un ragazzo di quella età. Così con la sequenza dei fatti, così con il virgolettato di dialoghi che non risultano mai posticci nonostante la difficoltà di ricostruire un credibile idioma di un bambino di sei anni che parla coi morti. 

I quali, a loro volta, non possono mentire ma, chissà perché, hanno una gran voglia di parlare. Raccontano verità inconfessabili e forse temono di essere lasciati soli e di dover svanire. Non è poi così facile lasciare questo mondo derelitto.

Non di loro Jamie deve avere paura. Ma il ragazzo farà bene a conoscerla la paura. Fa parte della crescita. 

Corrado Ori Tanzi

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