Joe. R. Lansdale è il compagno di viaggio perfetto. Per il lettore abituato a slegare la mente e farla correre libera per un pieno d’ossigeno vivificante (oggi cosa assai rara) e per quello che, non ancora amico intimo del libro, pensa di diventarlo. Uno scrittore che sa attraversare i generi creando storie che partono come le vecchie storie orali della tradizione popolare e via via si vestono di noir, road-trip, racconto sociale, diario esistenziale. Con quel tratto di umorismo nero e sarcasmo che impediscono agli occhi di staccarsi facilmente dalla pagina.

La saga di Hap & Leonard, la trilogia del Drive-In, Tramonto e polvere, Echi perduti, fino agli ultimi Una Cadillac rosso fuoco e Jane va a Nord, i suoi libri sono il racconto di una voce umana capacissima di mettersi nei guai e non altrettanto in grado di uscirne. Il tentativo di farlo è la polpa di una vita. Negli States per il prossimo 22 giugno è attesa l’uscita del nuovo romanzo, intitolato Moon Lake. La corposa pattuglia di fan è già sugli scudi. 

Il suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Jane va a Nord, ci presenta un gruppo di personaggi femminili in grado di far valere la loro personalità in una strada dominata dai maschi. Da cosa partì per creare questa storia?

Difficile rispondere. Una mattina mi alzai col desiderio di scrivere una road story, che iniziò con l’invito a Jane di partecipare a un matrimonio a cui lei non vuole andare. Poi lasciai che le cose prendessero il loro corso. Volevo scrivere nient’altro che una storia, ma che nello stesso momento parlasse di alcuni temi tra i quali il rapporto di alcune donne con la loro vita e la scoperta di sé. Mi sono divertito moltissimo. Mi è riuscito di inserire humour, iperboli, satira e critica sociale in un solo pacchetto. Proprio divertente. 

Jane e Henry camminano apparentemente su due marciapiedi opposti della vita. Eppure il loro umorismo nero le aiuta ad andare d’accordo lungo tutto il viaggio. È questo un mezzo che può aiutare a uscire dai nostri momenti peggiori?

Penso sia il migliore per loro, anche se ho dubbi che sia necessario un viaggio on the road. Però potrebbe essere una via. Con la speranza che non sia movimentato come quello di Jane e Henry.

Al di là del romanzo, qual è la sua posizione sul movimento MeToo?

Sono dalla parte delle donne che vogliono raccontare la verità. Dall’altra parte ritengo che, indipendentemente da qualunque tipo di accusa mossa verso qualcuno, non si può prendere per oro colato esclusivamente quello che una persona racconta. Gli uomini mentono. Le donne mentono. Dipende dalle circostanze. Le donne dovrebbero essere prese sul serio, ma a chiunque è sempre necessaria una prova per le accuse che muove. È facile rovinare la vita di una persona con le accuse, vere o false. Se sono vere, la parte colpevole deve affrontare le conseguenze. Le donne per troppo tempo sono state ignorate ed è corretto e importante che si facciano avanti. Chiedo solo che, come per ogni reato, una prova venga richiesta. La maggior parte delle volte ritengo che dicano la verità, ma fare accuse è facile. 

Connaturato al sessismo è il razzismo.

Penso la stessa cosa con il Woke movement. Le sue idee sono corrette, ma quando decide che bisogna cancellare qualcuno che lo offende allora andiamo su un altro piano. La fiction, ad esempio, dovrebbe impegnarsi a raccontare la verità o almeno a cercarla. Entrambe, vita reale o fantasia, devono essere sentite come reali. Io scrivo molti libri che sono anche dei libri sociali. Per qualcuno il linguaggio di alcuni miei libri è offensivo. Ma non è il linguaggio a esserlo, quanto l’intento che si evidenzia da tutto ciò. Cercare di cancellare Huckleberry Finn o Il buio oltre la siepe per il linguaggio offensivo è ignorare quel che questi libri dicono. Sono romanzi che mantengono il loro potere, arrivano al loro scopo e puntualizzano perfettamente il tempo in cui furono scritti. Trasformare Mark Twain in un razzista perché scrisse libri sul razzismo fa andare fuori strada. Lo stesso per Hemingway, che quando usa un linguaggio razziale lo fa per evidenziare come la gente parlava al tempo, riuscendo a definire i personaggi. Se il punto in ogni libro è il razzismo, be’, io mi tengo fuori. I libri devono essere giudicati nel contesto temporale in cui furono scritti. Ritengo che ogni movimento che vuole eliminare le idee e i punti di vista, anche se non sono i miei, vada troppo oltre. Che lo si faccia da destra o da sinistra, ci si rivela la medesima persona. Uno che pensa che quel che pensa sia la verità. Libri come Huckleberry Finn e Il buio oltre la siepe mi fecero comprendere che cosa fosse il razzismo e quanto brutto fu. I libri parlano chiaro per me e sono una potenza. Un autore nero mi disse che furono scritti da scrittori bianchi. Lo sono. E sono un modo per far capire ai bianchi il loro stesso razzismo. Non credo sia possibile non potere avere un’opinione sui problemi razziali solo perché sei bianco o poterla avere perché sei nero. Il razzismo è un problema per tutti noi e deve essere osservato da tutte le prospettive possibili. Come nazione, il razzismo è la nostra più grande macchia, come lo è per il mondo intero. Ma camuffarlo perché sia inoffensivo e non arrivare al punto rivelandone la natura, a volte in modo sgradevole, non è una buona arma.

In Ombre, la raccolta di racconti curata da Lawrence Block e ispirata dai quadri di Edward Hopper, lei partì da New York Movie per scrivere Il Proiezionista. Quale è la particolarità di questo dipinto, e in generale dell’arte di Hopper, che l’ha toccata come scrittore?

Fu semplice. La foto di una maschera di teatro mi colpì per la carica di solitudine che conteneva. Pensai: chi mai la osserva? E così decisi per il proiezionista sopra. Ognuno è concentrato sul film, e così immaginai lui, solo e sgraziato, che guarda di sotto verso questa bellissima donna, e la storia venne da sola.

Il Proiezionista è una piccola isola da qualche parte nell’oceano formato dai quasi cinquanta romanzi e le centinaia di altri scritti. Eppure in quelle trentacinque pagine ho sentito una toccante poeticità della solitudine. La consapevolezza che, volenti o no, noi siamo soli. Qualcosa, ad esempio, non così lontano dall’animo di Jane. Cosa c’è di nascosto in questa particolare intelaiatura?

Penso sia proprio la solitudine. E l’essere soli, che non è proprio la stessa cosa. Io resto solo tante volte perché scrivo, leggo e guardo i film. Ma non sono isolato. Mi piace. Poi, quando ho finito, quando mia moglie ha terminato quel che doveva fare, ci piace stare insieme. Senza dover organizzare una festa o fare qualcosa di stravagante. Restiamo semplicemente insieme. Lo stesso vale con i nostri figli, che sono cresciuti e hanno la loro vita. Siamo una famiglia stretta e la cosa mi piace perché ho tempo per creare e tempo per conoscere me stesso. Sono molto più felice del proiezionista, ma scrivendo di un tipo come lui, scrivendo ogni tipo di storia mi sono aiutato a divertirmi e, in molti casi, scavare dentro me. Qualche volta, certi libri e storie sono uno svago, altre volte un’investigazione sociale, ma il punto è che dovrebbero sempre essere piacevoli ognuno sul proprio livello. Kafka per me è piacevole. Twain. Hemingway. Bradbury. Chester Himes. Ralph Ellison, ma sono ben di più che un tip-tap e uno jodel. Toccano la condizione umana, qualche volta ciò è doloroso, ma il divertimento è anche arrivare a diventare consapevole di ciò di cui prima eri ignaro, o cambiare la prospettiva con cui prima vedevi una certa cosa. 

La sua scrittura spesso combina ansia e risate, palpitazione cardiaca e umorismo, perfino nel momento culminante, pur drammatico, della storia. Uno stile attraente. Quali sono le sue radici? 

Penso che crescere nel Texas dell’est conti molto. La gente è una mistura di contraddizioni. Io faccio la mia parte. Molti membri della mia famiglia erano pieni di contraddizioni. Molti degli scrittori che più amo sono delle contraddizioni. La più parte di noi, anche se non ci piace l’idea, è una contraddizione continua. Abbiamo stanze in cui entriamo e ci sentiamo in un certo modo per le pareti dipinte e le tende alle finestre, poi in un’altra stanza ci sentiamo in una maniera del tutto differente. Lo stesso vale per i pensieri e le idee che abbiamo in testa, le esperienze maturate. Alcune memorie sono più brillantemente dipinte, le tende sono tirate a lato e la luce del sole scorre dentro, per altre invece c’è solo oscurità e carta da parati scrostata. La gente inoltre, ecco un’altra grande influenza. E così pure le tonnellate di libri che ho letto. Ho letto dappertutto. Sono innanzitutto un lettore degli scrittori americani, ma quando le traduzioni sono disponibili mi butto su quelle. Se mi chiede gli scrittori che preferisco, la maggior parte consiste di autori americani perché ebbi la disponibilità dei loro libri sin da quando ero giovane. Mark Twain, Flannery O’Conner, Ernest Hemingway, Edgar Rice Burroughs, Raymond Chandler, Ray Bradbury, Chester Himes, Ellison, Richard Matheson, Charles Beaumont, Ernest Gaines, John D. McDonald, Jack London, alcuni inglesi, come ad esempio Joseph Rudyard Kipling, Arthur Conan Doyle e la lista prosegue. Potrei estrarre alla cieca. Non significa che ogni cosa che ho letto mi abbia lavorato dentro, ma alcune sì, mi hanno aperto una finestra su come si genera il pensiero delle persone in differenti esperienze. E poi ci sono libri che non ho amato affatto. Due, tra i più giovani scrittori che apprezzo sono S.A. Cosby e Stephen Graham Jones. Parlano di vita vera, esprimono visioni culturali differenti dalla mia ma riconosco così tanto della mia vita nelle loro. Questo dimostra che un autore nero, uno nativo americano e un caucasico hanno molto in comune. Da sempre penso che la saggistica sia grande, ma se vuoi conoscere la verità su come una persona sente, la narrativa offra il meglio. 

Alcuni anni fa dalla saga di Hap & Leonard fu tratta una fiction televisiva che, per quanto ebbe molto successo tra i suoi fan, venne cancellata dopo aver coperto solo tre titoli. Come mai? 

Sì, solo tre stagioni e poi basta anche se fu molto popolare. Vai a capire. 

Uno dei punti forti della fiction fu che un singolo romanzo non fu ridotto in una sola puntata, ma prese un’intera stagione di sei puntate. Fu lei a spingere per questa scelta? 

Non ebbi nulla a che fare con la soluzione. Potevo dire chi volevo come co-executive producer, ma loro potevano fare quel che volevano. L’ho capito fin dall’inizio. Lo dissi al responsabile. Guarda, io ho un’opinione e può essere una feroce opinione, ma alla fine questo è il vostro show. Il libro rimane il mio. 

Io penso che la sua letteratura, con in prima fila i libri con Hap & Leonard, sia molto più efficace di tanti discorsi dei politici o di libri di storia per far capire alla gente quanto sia ridicolo pensare che ci sia una razza umana superiore a un’altra. Che cosa ne pensa?

Mi piace questa sua riflessione. Sono contento che funzioni per lei. Faccio del mio meglio per non addolcire la pillola. 

Quali sono i nomi di crime-novelist dell’ultima generazione in America?

Mi viene in mente S.A. Cosby. Stephen Graham Jones scrive horror, crime e romanzi non di genere, e così via. 

È stato spesso in Italia, terra in cui ha numerosi amici. Qual è la località in cui le piacerebbe ambientare un suo ipotetico romanzo italiano?

Penso Bologna. Amo tanti posti di questo Paese, ma Bologna sarebbe la location esatta. Mi ha molto colpito. Ce ne sarebbero anche altre, certo. Amo Torino. Ah ma ne amo veramente tanti di posti, il Paese intero mi affascina. Sono un ragazzo di campagna e le città mi divertono nel breve periodo. Sto cercando di piazzare Hap and Leonard laggiù. Devo. Spero di farlo prima che la serie finisca.

Come ha vissuto il primo anno governato dal Covid-19?

Odio per come dura sia stata per le persone, ma Karen e io siamo stati bene insieme a casa, senza muoverci oltre la città, andare in giro mascherati e uscire per fare provviste. Vado in libreria di tanto in tanto. Con la mascherina, come d’obbligo. Ci siamo vaccinati e siamo pure usciti a mangiar fuori qualche giorno fa. Con le restrizioni ovviamente. Seduti tra altri mascherati. È stato bello. Per il resto ho letto e guardato film come sempre. Non mi sono trovato a impiegare il tempo a scrivere di più. Le mie tre ore la mattina e stop. In genere per sette giorni alla settimana. Abbiamo fatto qualche piano per tornare sulla strada quando la situazione migliorerà. 

La pandemia avrà lasciato degli effetti sul lavoro dello scrittore. 

Difficile dirlo. Non so rispondere. Molto probabilmente.

Joe Biden è il nuovo presidente. Il passaggio dei poteri non è stato pacifico. Che storia hanno scritto gli americani quel giorno, dentro e fuori il Parlamento, con le bandiere confederate, elmetti, fumogeni e cappi esposti?

Bisogna scrivere contro ogni gruppo o persona che pensa di essere l’assoluto, così pure che abbiamo un bellissimo Paese lasciatoci in eredità, pur con tutte le sue colpe. Dovremmo ricordarcelo. La gente ha il diritto di parlare e manifestare e tale diritto non può essere cancellato anche quando si tratta di gentaglia che pensa che io per primo sia il peggio del peggio. Ma quel giorno regnarono la calunnia, l’insensatezza e le pericolose bugie. Gli scrittori non dovrebbero andarci cauti. Dì quel che vedi, racconta come ti senti e fa’ il meglio che puoi. 

Crede ancora nel Sogno Americano?

Sì. Ne sono un prodotto. Il Sogno Americano non significa diventare ricchi. Riguarda la possibilità, non la promessa, data a ciascuno di avere il proprio, sfamare la propria famiglia e vivere in uno stato di ragionevole comodità. Non ci riescono tutti e non tutti riescono a raggiungere la parità di condizioni per guadagnarsi il sogno. Ma c’è e la mia speranza è che la parità di condizione diventi una condizione concreta perché a chiunque sia concessa la sua opportunità. Non voglio diventare un modello per alcuno. Ma per me stesso, un ragazzo abbastanza povero con un diploma di scuola superiore e un paio di anni al college, qualcuno che ha lavorato duro e con determinazione. Io l’ho colto. Così mi sembra funzioni. Certo, essere bianco non mi ha sfavorito. Il Sogno esiste, ma ha bisogno di sviluppo. 

Corrado Ori Tanzi

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