La lettura che si compone anche in virtù di una compagnia tattile, la scrittura che prende corpo anche grazie a una forte carica visiva della pagina. Quanto Magazine segue le orme di storiche testate letterarie e artistiche del Novecento che si ricordano anche per la loro dirompente carica sperimentale, da Convito alle dadaiste Bleu e Procellaria. 

L’avanguardia questa volta è il risultato della creatività e della fatica di Zeno Toppan (direttore editoriale) e Giovanni Cavalleri (direttore artistico), due giovani poco più che trentenni creatori di un magazine unico nel suo genere. Letteratura e arte visiva possono uscire dai rispettivi confini tradizionali per (tornare a) esprimersi in un linguaggio più composito alimentandosi l’una anche dei misteri dell’altra. 

Nelle parole di Toppan, l’origine e il cammino della rivista.

Quanto va per i due anni. Possibile fare una prima sintesi sul suo impatto in un Paese come il nostro non esattamente impegnato nella lettura?

Il progetto di Quanto Magazine è stato accolto molto bene dal panorama dell’editoria indipendente. Coi primi due numeri siamo sempre finiti nella classifica di best seller venduti da Frabs, probabilmente il più grande store di riviste online italiano. Il primo numero è sold out e le copie del secondo vanno assottigliandosi nonostante la decapitazione degli incontri diretti col pubblico, causa covid. Anche nelle librerie, nei negozi specializzati e alle fiere abbiamo sempre trovato grande interesse. È risaputo che l’Italia non sia un paese di grandi lettori, ma il mondo delle riviste si rivolge a un’utenza più variegata e attiva, quella dei designer e degli appassionati di grafica e design del prodotto. Con Quanto volevamo offrire a questa utenza qualcosa che fosse anche bello da leggere, e non solo da sfogliare. Ci sembra che la cosa stia funzionando.

Che persona è il lettore-tipo del magazine?

Un appassionato di grafica e design che sa lasciarsi trasportare da letture coinvolgenti, che vuole leggere una storia con il tatto, la vista e l’olfatto. Il tutto confezionato in un prodotto pregiato e da collezione.

Da cosa nacque l’idea di creare una rivista che offrisse sensazioni tattili diverse?

Io e Giovanni, il direttore, abbiamo sempre creduto nella necessità delle arti di superare i loro confini solipsisti. Una storia quindi non può essere solo letta, ma deve essere anche toccata e raccontata attraverso i materiali scelti. Per la copertina del secondo numero abbiamo scelto una carta ricavata con gli scarti del cuoio per evocare la copertina di un diario di campo antropologico. Nel primo abbiamo utilizzato inchiostri metallizzati come metafora del futuro distopico raccontato. E molto altro…

Carta, impaginazione, illustrazioni di gran profilo dimostrano una vostra precisa posizione sull’estetica collegata all’arte. Da dove nasce il vostro orientamento? 

Per una risposta più specifica dovrebbe chiederlo a Giovanni Cavalleri, direttore e art-director. Per quanto posso rispondere io, Quanto Magazine si richiama il più possibile alla versatilità caotica della fisica quantistica. La nostra estetica deve mescolarsi ai colori della narrazione, arricchirla ed essere arricchita. A parte la laminaolografica delle sovracopertine, tutto il resto cambia sempre.

La definite “rivista di letteratura speculativa”. L’attributo in filosofia viene declinato in modo da arrivare a conclusioni opposte. In cosa sta la speculazione che nutre la vostra offerta di comunicazione letteraria?

Non credo di aver colto la considerazione filosofica, ma posso rispondere così: a una presentazione, una volta, un signore del pubblico ha alzato la mano e ci ha fatto notare che il termine speculazione viene oggi, perlopiù, utilizzato in ambito finanziario con un’accezione negativa, mentre era la prima volta (dai tempi della sua giovinezza) che lui non sentiva utilizzare il termine con un’accezione positiva e – diciamo – di “monito”. La nostra speculazione parte dalla realtà perché gli spunti di strutturazione narrativa cominciano da articoli scientifici o saggi, prevalentemente. Da quelli comincia la speculazione: ci si immaginano le conseguenze future o passate di quei dati, e le si indagano attraverso una ricerca che è narrativa e letteraria.

Come avvengono la selezione e la scelta delle proposte che giungono in redazione?

Non accettiamo proposte, è la redazione che commissiona sempre ogni contenuto del magazine. Dovendo portare avanti un progetto complesso e complicato, è necessaria una direzione forte del concerto di voci narrative e di artisti di ogni tipo. Detto questo, periodicamente apriamo delle open-call tematiche sulla nostra pagina Instagram. Durante la prima fase della pandemia abbiamo lanciato il progetto delle Quantiche per racconti da fruire tramite social. Abbiamo ricevuto oltre centocinquanta proposte e ne abbiamo pubblicati oltre settanta sulla nostra pagina Instagram dopo un certosino lavoro di selezione, redazione, editing e impaginazione. Tutti i testi sono stati editati e lavorati. Una selezione troverà pubblicazione cartacea.

A proposito delle Quantiche, qual è l’idea di fondo che vi ha convinto a realizzarla?

Le Quantiche sono un progetto di letteratura online che, ripeto, abbiamo lanciato quando il mondo ci sembrava finito e siamo stati costretti a vivere il primo lockdown nella prigione delle nostre case. Volevamo rimanere vicini ai nostri lettori, coinvolgerli e rendere chi se lo sentiva scrittore: abbiamo aperto una open-call per racconti di massimo 3.000 caratteri. Come ho accennato prima, ce sono arrivati, in poche settimane, oltre un centinaio da giovani, pensionati, scrittori professionisti, rapper, professori, commessi. Si è creata una comunità che si ritrovava a leggere e commentare racconti da tutto il mondo. Il progetto si inserisce nel nostro tentativo di sperimentare, oltre alla commistione tra generi (c’è anche un piccolo graphic novel a puntate), nuovi metodi di fruizione della letteratura. Siamo stati tra i primi, se non i primi, a inaugurare un sistema di impaginazione e lettura a scorrimento su Instagram, come se ogni post fosse la copertina di un racconto, e sfogliandolo se ne scoprisse il contenuto letterario. Un modo per rimanere vicini e investire il proprio tempo in una passione.

Quali sono i numeri di tiratura e vendita del magazine?

Ne stampiamo 500 copie, forse aumenteremo di poco col terzo numero, in uscita a settembre. Una dozzina la teniamo per noi, le altre le vendiamo dalla nostra pagina Instagram o tramite librerie, distributori e negozi specializzati. Circa il 40% delle vendite avviene alle fiere e alle presentazioni. La loro cancellazione è uno dei motivi del perché abbiamo posticipato l’uscita del terzo numero a settembre. Vogliamo poter incontrare i nostri lettori, altrimenti la cultura non ha senso.

Fate parte di quell’intricata foresta chiamata editoria indipendente. Al di là dell’esperienza di Quanto, che idea si è fatta del sistema comunicativo ed editoriale dentro cui operate?

L’editoria indipendente è florida. Non basandosi su scelte di mercato, risulta estremamente vincente anche se è quasi impossibile lucrarci sopra. Questo è tuttavia molto apprezzato: i lettori si fidelizzano, credono nel progetto e trovano sincerità tra le pagine di libri e riviste indipendenti.

Con l’esperienza finora maturata, quali sono i due o tre interventi più urgenti di cui il nostro Paese ha bisogno per sostenere il valore della cultura?

La realtà editoriale è molto complicata, un palcoscenico di editori, distributori, promotori, agenti, tipografie, autori, editor, redattori, impaginatori. Non credo che le cose possano cambiare attraverso interventi esterni, è l’editoria stessa che deve trovare un modo funzionale per rivoluzionarsi.

In quest’anno governato dalla pandemia com’è cambiato il vostro impegno sul magazine?

Dopo il successo delle Quantiche, e quindi dopo un’ossessiva focalizzazione sul web che ha portato la nostra pagina Instagram a crescere di 1.500 follower in circa due mesi, abbiamo deciso di ritirarci nel silenzio mistico di chi sta preparando un grande ritorno.

Che sviluppi intendete dare a Quanto

Continueremo a fare uscire numeri sempre diversi e collegati tra loro. Vogliamo esplorare nuove vie di comunicazione tra noi e gli appassionati, ma anche tra le diverse arti. Nei prossimi mesi collaboreremo con Palazzo Marino Musica, con Firenze Rivista, Artetetra e molte altre realtà culturali e artistiche.

La vostra è una scelta piuttosto controcorrente. In un’epoca che corre verso una progressiva digitalizzazione dell’intera vita umana, voi spingete per un oggetto che fonda una parte consistente della propria anima sulla materia. Ultimo ruggito del romantico o la consapevolezza che libri e riviste letterarie e d’arte composte con parole sulla carta continueranno il proprio percorso in barba agli apocalittici?

Crediamo che la qualità del prodotto/oggetto diventerà sempre più importante proprio per compensare il bisogno di concretezza che deriva dalle nostre vite digitali. Non crediamo nelle forme d’editoria che lesinano su carte e qualità del prodotto e che stampano su carta straccia. Ci sembra chiaro che prendersi cura di una storia significa anche conferirle il corpo appropriato, vestirla, per arricchirla di significati. Il mercato stesso sembra premiare la scelta di chi stampa prodotti che, a vederli nella propria libreria, si vuole prendere in mano, toccare, sfogliare. Ne leggi estratti, ne ricordi passaggi. Li mostri agli amici. Molto più difficile risvegliare queste forme di nostalgia legate alla narrazione se la narrazione è racchiusa in un’edizione economica impolverata e rovinata, di cui il proprietario stesso non si è preso cura.

Corrado Ori Tanzi

Fotografie : ©Francesco Ventrella, ©Stefania Zanetti

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Giovanni Cavalleri - credit Stefania Zanetti
ZENO TOPPAN Credit Francesco Ventrella
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