Dentro Warren Ellis e fuori i Bad Seeds. Nick Cave al momento non ha bisogno di esplosioni abrasive del suono. L’erosione che di equilibrio e certezze hanno fatto prima la morte del figlio Arthur nel 2015, precipitato da una scogliera a due passi da Brighton, poi la pandemia, che ha aperto ogni nostro interrogativo sulla vulnerabilità umana, hanno imposto un deciso cambio di direzione sul suo essere compositore.

Carnage, in italiano carneficina, massacro, segue musicalmente il lento incedere del precedente Ghosteen, passando da episodi caratterizzati dal non-movimento a la Glass a gospel dolenti nella loro solennità. 

Il filo e il trapezio

L’intellettuale Cave vede nero, le sue liriche esprimono una rabbia accarezzata dalla speranza, una paura addolcita dalla preghiera e la ricerca di una forza fuori da sé. Aveva evidentemente bisogno di un suono che riflettesse questa dimensione. Lui il filo quindi. Warren Ellis il trapezio. Per la prima volta fuori da creazioni di brani scritti appositamente per il cinema. Ellis era una garanzia se lo scopo era procedere passo dopo passo nella caverna dopo esserci entrato. 

Denudando il suo naturale profilo predicatorio Cave si è prodotto in questa nuova recitazione, per ora ascoltabile solo in digitale, mentre l’uscita del cd è prevista per giugno inoltrato. Vede la mano di Dio scendere sull’umanità (Hand of God), si lascia trasportare dal coro, oggi per lui l’unica voce umana strumentale che può raggiungere l’Altissimo (White Elephant), lascia in sospensione spettrale sotto lo sguardo della luna il suo corpo a pezzi (Shattered Ground).

Terra e Regno dei Cieli

E così, grazie alla capacità di creare atmosfere sonore, il polistrumentista Warren Ellis è andato a nozze nel vestire le note del pentagramma con una miriade di echi, toni, timbri e colori che spingessero la visionarietà di Cave.

Ascoltiamo aperture acustiche con intermezzi di piano e archi da camera che si amalgamano a effetti ambientali, poi suoni atonali che diventano brevi e improvvisi inserimenti dissonanti, ascoltiamo del talking blues e con lui del tipico jazz notturno.

Le suggestioni liriche con cui entrare nella grammatica poetica di Cave, sulla strada del Dylan post-Raeben, ci aprono alla sua visione per niente omogenea del presente/domani. Salvezza, Apocalisse, scetticismo e consolazione parlano in Carnage lo stesso linguaggio. Si parte dalla Terra e si arriva al Regno dei Cieli. In mezzo la catastrofe dentro cui si spendono i nostri giorni.

Backstage della pandemia

La celestialità di Ghosteen si è trasformata in un quadro più fosco. Là la sofferenza per la morte del figlio, che può trasformarsi in una forza che pompa una più ampia energia nella protezione dell’esistenza collettiva, qui il backstage della pandemia dentro cui si celano forze sovrannaturali, dove la terra produce alberi neri e il cammino è solitario e senza meta. Quel che non ci uccide ci rende più folli.

Corrado Ori Tanzi

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