Immaginiamoci proiettati tra la metà e la fine degli anni ’60, nella New York culla di avanguardie artistiche che avrebbero cambiato il mondo. In quel periodo Alan Vega iniziò a mutare la sua arte: da figurativa a sonora, da pittore a musicista. Così da presentarsi nella nuova decade pronto per la rivoluzione sonora del punk, o meglio dire del proto-punk; tanto da riconoscerlo, insieme ai Suicide (band da lui fondata) come uno dei padri di questo genere musicale, molti anni prima della sua affermazione.

La “prima” vita

Il suo vero nome era Alan Bermowitz, ed era nato a Brooklyn nel 1938. La sua prima vocazione si orientò verso le belle arti, laureandosi nel 1960. Negli anni successivi venne coinvolto in un gruppo di artisti dall’approccio molto radicale verso il mondo accademico e dei musei, tanto da arrivare a barricarsi nel Museum of Modern Art per protesta. Alla fine degli anni ’60, grazie a un finanziamento del New York State Council on the Arts fondò una galleria multimediale gestita 24 ore su 24 sulla Broadway, non lontana da Washington Square Park. In quegli anni decise di cambiare nome (e divenne Alan Suicide), e passare dalla pittura alle sculture di luce; usando spesso detriti elettronici per la loro realizzazione.

La musica e i Suicide

Come già detto, in quegli anni Alan aveva già incontrato la sua seconda passione, che diventerà la sua nuova vita. Complice l’ambiente molto alternativo della Big Apple degli anni ’70 (e anche un concerto degli Stooges), lo convinsero a fondare varie band (sempre insieme a Martin Reverby, meglio noto come Martin Rev) che presero il nome di Suicide quasi subito. Il duo si presentava sul palco con Alan alla voce e Martin alle tastiere e synth. In effetti la loro fama non riuscì a essere molto vasta, ma dal 1971 (anno di fondazione), passando al 1977 (anno della pubblicazione del primo disco) fino al 2016 la loro influenza nel panorama musicale underground fu molto profonda; tanto da paragonarli ai Clash, per importanza. 

La morte e il ritorno con “Mutator”

Durante la carriera dei Suicide (che fu molto lunga e travagliata), Vega riuscì a pubblicare anche molti dischi solistici, prima di morire nel sonno nel luglio 2016. Proprio dal ritrovamento di alcuni brani non inclusi nel disco “Dujang Prang” (del 1996), la moglie Liz Lamere ha voluto pubblicare questo disco postumo (edito dalla Sacred Bones Record), con il titolo azzeccato di “Mutator”. La stessa moglie spiega che Alan aveva accantonato questi brani, per poi ritornaci su qualche anno dopo, ma senza pubblicarli. Nel disco si ritrova a pieno la prassi compositiva dell’artista newyorkese. “Registrava i rumori delle strade, le rotaie della metro, le scariche elettrostatiche della radio. Amava dire: la musica non è che suono in movimento” racconta la Lamere. L’ascolto dell’album è un vero salto temporale; in esso si ritrovano i suoni della synth pop, della techno e dell’industrial dance che tra gli anni ’80 e ’90 erano presenti in molte produzioni discografiche.

Affidandoci ancora al racconto della moglie possiamo capire bene, la genesi delle composizioni di quel periodo: Il nostro scopo primario non era quello di fare dischi. Entravamo in studio per sperimentare con il suono. Io suonavo le macchine con Alan che manipolava i suoni. Io suonavo i riff mentre Alan modificava i suoni che si generavano attraverso le macchine”. In quegli anni Vega era ispirato dai rumori che provenivano dalle strade,  dal traffico e dall’ambiente industriale presente nella città; e tutto questo si percepisce a pieno ascoltando il disco, come nei brani “Muscles”, “Filthy” e “Fist”.

Il ritrovarci ancora al cospetto della musica di Alan Vega, ci fa venire in mente alcuni versi della canzone “Dream Baby Dream” dei Suicide, incisa nel 1979, e ripresa anche da Bruce Springsteen (prima in chiusura dei suoi concerti nel “Devils & Dust Tour”, modificandola un po’, e dopo incisa in ”High Hopes” nel 2004): “Come on, we gotta keep the light burning / Come on and dream baby dream”. Perché la luce deve rimanere accesa per sognare.

Riccardo Santangelo

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