C’era una volta un’Italia che ancora viveva curiosa in equilibrio tra il boom post conflitto mondiale e una modernità che scopriva a ritmi umani. C’erano tantissimi italiani che non solo compravano quotidiani e magazine (che ancora si chiamavano riviste), ma che alle redazioni dei giornali scrivevano lettere su lettere. 

C’era Giorgio Scerbanenco. Giornalista, direttore di periodici femminili e scrittore. Che il destino ci avrebbe tolto con sgarbo a soli 58 anni nel 1969 ma che il tempo avrebbe presto imposto come il Maestro del giallo italiano. Il romanziere di storie che accendevano la voce su donne e uomini invisibili, figlie e figli più cicoria che gigli. 

Vizi e virtù

Nel 1962 sulla rivista Novella uscirono sette racconti scritti da Scerbanenco, uno per peccato capitale. Ebbero un tale successo che i lettori quasi imposero una nuova infornata che lo scrittore esaudì scrivendone altri sette, questa volta dedicati alle virtù. Nuovo trionfo. Un anno dopo la morte di Scerbanenco, nel 1970, Oreste del Buono ne pescò cinque per la famosa antologia Centodelitti, e nel 1974 Garzanti li raccolse in un unico volume. 

Oggi La nave di Teseo, che sta ripubblicando l’intera opera dell’autore nato e cresciuto sull’asse Kiev-Roma-Milano, ci restituisce I sette peccati e le sette virtù capitali (304 pagg., 18 euro) arricchito da una intima quanto sentita prefazione della figlia di Scerbanenco, Cecilia.

Semplici giri del destino

Per ogni vizio e virtù, una storia e un nome. Al lettore la parabola in cento giorni di Matilde, squillo per assistere il figlio neonato e poi fuggiasca una volta che il bimbo muore (la volontà), la saliva amara di Francesca, da mandar giù per annacquare il continuo riferimento celebrativo che il suo cerchio sociale fa a una sua coetanea sempre al centro della scena (l’invidia), la bizzarria del conte Titti, che ammette per moglie solo una donna illibata e chic e che poi si gode la sua contraddizione (la gola), la scelta del caporale Lusitrani che, in piena Seconda guerra mondiale, decide che anche in una situazione che ci trasforma in bestie e demoni non è impossibile tenersi un po’ di umanità (il coraggio).

Quattordici storie tra popolo, borghesia e anemica aristocrazia, azioni randagie, visioni bigotte della società, primi aneliti di cambiamento di tempi e ruoli e radici conservatrici che non hanno alcuna intenzione di staccarsi da terra, sfruttamento dell’altrui ingenuità scambiata per furbizia, pene d’amor perdute in salsa italica, istinti e spinte emotive che delineano luci e ombre dei personaggi messi in strada dalla creatività dell’autore. 

Indagatore dello spirito

Come Georges Simenon e Cornell Woolrich, come André Héléna e Jim Thompson, Scerbanenco fu un autentico indagatore dello spirito umano. I sui libri ambientati a Milano raccontano quel tipico mondo metropolitano degli anni Sessanta consegnandocelo meglio di qualunque altra memorialistica o testimonianza documentale. 

Scerbanenco ne avrebbe avuti di figli, figliocci e figliastri nel corso dei decenni, tra giallisti e noiristi baciati dal privilegio della gioventù, ma non sempre da un egual talento. Oggi è diventato un allure accennare a Scerbanenco come proprio padre spirituale, pressoché un dovere per i giovani scrittori che tengono e tanto alla loro bella figura durante un’intervista.

Caspita, pensa il lettore, l’intervistato conosce così tanto Scerbanenco da farne dichiarazione pubblica. Ecco, questo sì sarebbe stato un suo modello per la scrittura di un racconto. Che però non sarebbe potuto entrare ne I sette vizi e le sette virtù capitali. Perché la raccolta è perfetta così.

Corrado Ori Tanzi

Giorgio Scerbanenco
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