Forse le porte della Rai rimarranno per lungo tempo ancora chiuse per lui, ma è difficile, molto difficile ipotizzare che Massimo Fini inviti un giorno a casa sua un onorevole o un membro di una qualche commissione a mangiare insieme pasta e fagioli per farle aprire. 

Giornalista non allineato se non alle sue idee, intellettuale libero in modo indecente secondo il conformismo sempre più colla delle nostre vite, presenza scomoda per chi si porta sempre appresso una bottiglia di vino e una confezione intonsa di tarallucci.

Autore e primo firmatario del Manifesto dell’Antimodernità (lo trovate sul suo sito www.massimofini.it) per un umanesimo che combatta la letale catena dell’alzati-produci-consuma-muori.





L’Europeo, Il Giorno, La Domenica del Corriere, Linus, la Repubblica (toccatina e fuga), L’Indipendente, Il Borghese, le principali testate che lo hanno avuto tra le proprie firme. Editorialista del Fatto Quotidiano sin dalla nascita nel 2009 (con Marco Travaglio che, per non suscitarne reazione, nei suoi pezzi lo invita talvolta a mantenersi calmo prima di esprimere un concetto al limite della sua sensibilità). 

E poi i suoi saggi. Sempre camminanti in terra straniera rispetto alla trionfante tendenza del politicamente corretto che tanto ci assale anche quando ci corichiamo la sera. 

Un giornalista che lavora ancora innanzitutto con i piedi. In che senso? Non abbiate fretta. Lo scoprirete. 

Nel 2002 lanciò il Manifesto dell’Antimodernità, undici punti per rifondare la società contemporanea. Pensa che la pandemia abbia dato o tolto attualità al Manifesto?

Ha dato, non c’è dubbio. La pandemia è il frutto della modernizzazione di cui la globalizzazione è il volto più evidente. 

L’essere umano quale animale guidato dalla ragione. Lei sull’argomento pubblicò un saggiò intitolato La Ragione aveva torto? in cui mette in discussione le fondamenta della società occidentale uscita dalla Rivoluzione Industriale. A più di due secoli di distanza, doveva andare proprio così?

Chi ha iniziato questo processo non poteva certo saperlo. L’Illuminismo fu un’età di grandi speranze, ma a distanza di due secoli e mezzo la piega che ha preso l’evoluzione ci ha danneggiato perché, a conti fatti, non ha prodotto un risultato così meraviglioso. La tecnologia nel suo insieme ci allontana dagli altri e da noi stessi. Tocchiamo con mano veri paradossi della ragione di cui al tempo non si poteva ovviamente tener conto. Il fatto è che ormai il processo va avanti da solo, in piena autonomia, senza dover essere guidato da qualcuno. Ma una società fondata sulla crescita esponenziale è destinata a crollare. La crescita esponenziale è un dato matematico che funziona appunto in matematica, ma è molto pericolosa se applicata al meccanismo dei rapporti umani e alla società nel suo complesso. Non so dire quando il crollo avverrà, ma è certo che ci sarà.

Com’è lo stato di salute del giornalismo italiano?

Pessimo. Per Marsilio sto raccogliendo proprio in questi giorni i reportage da cronista che scrissi dagli anni ’70 a oltre il Duemila, pezzi frutto di un giornalismo in diretta. Si usciva, si viaggiava, si parlava, si ascoltava, si annusava e poi solo alla fine interveniva il lavoro di testa. Nel rispetto di quello che soleva dire Nino Nutrizio: il giornalismo è prima un mestiere che si fa coi piedi e dopo con la testa. Oggi questo giornalismo non si fa più. Il mestiere che si fa restando seduti in redazione o a casa non è giornalismo. 





Ma c’è mai stato un periodo aureo della nostra informazione?

Se parliamo del come farlo, sì. Forse non del tutto aureo, ma figlio di un periodo caratterizzato dalla maggiore libertà di cui godevano i giornali. I partiti facevano i partiti senza invadere le redazioni. Le interferenze c’erano ma erano limitate. Poi, verso la metà degli anni ‘70 è iniziato quel processo di degradazione che oggi si è quasi completato. E poi ormai i giornali hanno perduto la potenza che li caratterizzava. Negli anni ’50 un editoriale del Corriere della Sera era in grado di far cadere un governo, oggi sarebbe impensabile.

Lei collabora col Fatto Quotidiano. Marco Travaglio, che ne è il direttore, più volte sottolinea che il male primo dell’informazione del nostro Paese è, salvo qualche eccezione, la mancanza di un editore puro. È davvero questo il nodo principale?

Sì, ma si lega a quanto ho appena detto. Il potere politico e quello economico hanno messo le mani sulle testate, mentre un tempo Rizzoli e Mondadori si reggevano sul profitto che derivava dalla vendita delle copie. Se escludiamo l’autofinanziamento del Fatto Quotidiano e forse di qualche altra rara testata, manchiamo di editori che rispondano solo a se stessi e ai loro lettori, su questo Marco ha assolutamente ragione. 

Per personalità e carattere è considerato nell’ambiente un giornalista terribile. Si sente terribile?

Io terribile? Ma perché?

Perché una persona aliena al compromesso non è una compagnia che si cerca negli ambienti di potere.

Non mi considero per niente terribile e non ho la presunzione di avere la verità in tasca. Un giornalista deve essere il più possibile obiettivo e i suoi giudizi lontani dalla simpatia o antipatia che prova per la persona di cui scrive. Ho sempre seguito questa strada ed è vero che non mi sono mai legato a fazioni o lobby.





Perché non ha mai querelato nessuno?

Perché ho la penna per difendermi. Le querele dei colleghi non le capisco. La querela è uno strumento per chi non fa questo mestiere. 

Quale il momento più delicato del nostro Paese nel dopoguerra?

Siamo stati a lungo un Paese di frontiera, chiuso tra i due blocchi. Potrei citare le stragi, il terrorismo, ma quel che trovo peggiore è stata l’affermazione della corruzione che ha dilagato fino a entrare nelle abitudini quotidiane del cittadino comune. Che si domanda: “Qui tutti vanno avanti corrompendo a destra e a manca, chi sono io per non farlo, il più pirla?”. Mani Pulite è stato il momento in cui questo Paese si sarebbe potuto emendare, ma la classe politico/imprenditoriale non ci ha messo molto a riprendere, accelerandole, le vecchie abitudini.

Ha citato il terrorismo. Abbiamo mai fatto i conti con quel periodo? 

Sì, ci è voluto molto tempo, ma lo abbiamo fatto. Quando abbiamo smesso di chiederci chi c’era dietro le Brigate Rosse perché abbiamo capito che dietro le Brigate Rosse non c’erano che le Brigate Rosse. In Germania ci hanno messo due anni, da noi le scuse tipo “ sono dei compagni che sbagliano” ci hanno bloccato parecchio.

Che posizione ha sull’arresto e sulla richiesta di estradizione di un gruppo di ex terroristi italiani rifugiati in Francia grazie alla dottrina Mitterand?

Del tutto d’accordo. Si tratta di gente che si è resa responsabile di una serie di omicidi e comportamenti gravissimi per cui non ha pagato con un giorno di prigione.





Ma ha capito su che cosa si fonda la benedetta o maledetta eccezione italiana che fa del nostro un Paese non normale?

Non siamo un popolo. Ci frena il nostro individualismo, che ci aiuta a esprimere un talento che indubbiamente abbiamo, ma che ci impedisce di essere coesi. La Germania e l’Inghilterra sono un popolo, noi ancora consideriamo lo Stato un nemico. Quando a Mussolini chiedevano quanto fosse difficile governare gli italiani, lui rispondeva: “Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. L’avrà anche detta Mussolini, ma ci aveva preso. 

Nel saggio Il Ragazzo – Storia di una vecchiaia racconta della dicotomia giovinezza/vecchiaia partendo dalla sua esperienza personale e scrive di quanto sia feroce il passaggio delle ore. Se è vero che il Tempo è un gran dottore lo è stato anche con lei?

No, per niente. È vero che il Tempo rimargina le ferite, ma il problema è la vecchiaia. Non prendiamoci in giro, lo slogan “vecchio è bello” è una panzana, inventato dai geni del marketing perché, in una popolazione che progressivamente invecchia, anche l’anziano deve diventare un cliente indotto a consumare di più. Essere vecchi è duro, difficile e doloroso.

Si è modificata anche la nostra percezione della morte.

Del tutto. La morte biologica è stata proprio rimossa, ne abbiamo perduto completamente il rapporto. Se guardiamo i necrologi sul Corriere della sera leggiamo che la cara persona se n’è andata, l’ha chiamata il Signore, è dipartita, mai troveremo scritto che è morta. La morte è stata scomunicata dalla nostra cultura. Nelle società precedenti, come quella contadina, la morte non era considerata principalmente l’atto finale, ma la precondizione stessa della vita, sulla scia del lavoro della terra col seme che diventa fiore o frutto per poi finire in qualcos’altro che alla terra ritorna per generare ancora nuova vita. Concetti elementari che a una società dominata dal totem della felicità a tutti i costi risultano inaccettabili.





In uno dei suoi più recenti pezzi ha sfidato a duello Alessandro Sallusti, neodirettore di Libero. Le ha risposto?

No. È una querelle nata qualche tempo fa a cui Sallusti aveva risposto con una bicchierata di pacificazione. Che c’è stata. Ma al di là di questo, che è un divertissement, io sono per la reintroduzione del duello. Uno strumento che ci renderebbe più controllati quando scriviamo. In fin dei conti era una pratica esistita fino agli inizi del Novecento. Nenni e Mussolini ne fecero qualcuno. Poi lo Stato si è preso il monopolio della violenza rendendo non solo il duello, ma anche la sua sfida, materie da codice penale. Io invece lo ritengo utile.

Di che cosa si sente più orgoglioso di aver fatto nella vita?

Di essere riuscito a mantenere, pur con sacrifici, un’indipendenza di giudizio. Ho sempre scritto ciò che pensavo e solo ciò che pensavo. Quando non mi è stato più possibile me ne sono andato. E poi l’esperienza a teatro, iniziata a sessant’anni. Ho invidia per gli attori. Prenda Tom Hanks, la duttilità che dimostra entrando nei panni di personaggi più svariati mi affascina. E fare teatro è stato affascinante.

Più rimpianti o rimorsi?

Nessun rimpianto, rimorsi sì. I miei sbagli li ho fatti, soprattutto nella vita privata. Ecco, sarei dovuto essere più duttile.

Corrado Ori Tanzi





Fotografie : © Massimo Fini

Massimo Fini
la ragione aveva torto
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Il denaro sterco del demonio
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la modernità di un antimoderno
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