In vita Jim Thompson non riuscì a godere di grande fama. Per scrivere scrisse anche parecchio, il cinema lo corteggiò e lo usò anche post-mortem con registi di enorme calibro (Kubrick, Peckinpah, Corneau, Taverner, Frears), ma per l’intero establishment culturale americano fu quasi sempre un outsider, un “Dostoevskij del supermercato” come lo definì l’omnifacente connazionale Geoffrey O’Brien. E infatti morì in miseria nel 1977. 

Eppure se c’è uno scrittore che ha saputo così crudamente descrivere l’americano medio-basso della provincia degli Stati Uniti questo è stato proprio Thompson. Un’umanità pittoresca dentro a impensabili grovigli del destino, dove il bene e il male si preferiscono solo per come riescono a far trovare una via d’uscita ai tanti, troppi guai, abita i suoi noir, duri nel risvolto e a tratti addirittura esilaranti nella cornice che l’autore sapeva mettere al quadro.





Una povera canaglia di nome Mitch Corley

Alla larga dal Texas (HarperCollins, 340 pagg., 15 euro), il romanzo che negli States venne pubblicato nel 1965, non fa parte della migliore produzione dello scrittore dell’Oklahoma (non al livello almeno di Colpo di spugna, Diavoli di donne, L’assassino che è in me e Vite da niente tanto per citare alcuni titoli), ma l’impronta corrosiva della sua narrativa c’è tutta.

Al centro, la parabola di Mitch Corley, un farabutto da quattro soldi che sopravvive giocando a dadi con l’imbroglio, sposato con una donna (Teddy) di cui da tanto tempo non ha notizia e che ormai crede morta e un’amante (Red) che gli tiene il gioco del baro. Troppo fiducioso della sua intelligenza, Mitch entra in una spirale che lo porterà a dover rendere a conto a un potente petroliere della zona e a fare i salti mortali perché il menage familiare non solo non gli cada addosso ma lo aiuti a venir fuori dalla situazione che ha creato con gambe, braccia e testa al loro posto.

Ironia nera

Reale o illusorio il Sogno Americano, Thompson racconta di come la “terra della libertà e della fratellanza” sia stata, almeno dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale, madre di tutto e di tutto il suo contrario. 

L’abbondanza di denaro e ricchezza hanno fatto rima con una progressiva trasfigurazione della società all’interno delle sue stesse classi e il costituzionale diritto alla felicità ha camminato in parallelo con l’alienazione che conformismo e perbenismo hanno sempre più spesso alimentato guidando la vita quotidiana di realtà rurali e urbane lontano dagli echi delle città metropolitane (colpite da altre fonti di disperazione collettiva).

Di suo, Alla larga dal Texas vanta una sottile ironia nera che lega la sconclusionata vicenda del protagonista a quella di delinquenti ben più decisi di lui ed è magistrale nel trasformare i supposti polli in truffatori piuttosto scaltri. 





Un nuovo interesse

Per motivi che si è portato nella tomba, qui Thompson però si dimostra curiosamente narratore più pietoso e gentile. Una durezza piuttosto stemperata che finisce con il destare sorpresa ai suoi più affezionati lettori. 

Per fortuna è rimasta intatta la sua scrittura, schietta e grezza, capace di trasformare la naturale imperfezione delle donne e degli uomini in un’arma narrativa che fu da insegnante a tanti scrittori più giovani (Stephen King non ha mai fatto mistero di considerarlo un padre della tecnica linguistica legata alla letteratura). 

Oggi, per quanto in ritardo, l’interesse per Thompson si è risvegliato, almeno nel nostro Paese. Per noi il piacere è totale. Per chi pensa di avere sensibilità e talento per mettere sul foglio una crime story dovrebbe esserlo ancora di più. 

Corrado Ori Tanzi





Jim Thompson - Alla larga dal Texas
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