2 giugno 2021, la nostra Repubblica compie 75 anni. Di cose in questi anni ne sono successe tante belle e meno belle, alcune tragiche. Abbiamo attraversato periodi di grande prosperità,  periodi di crisi e periodi veramente molto difficili come la pandemia da cui stiamo faticosamente uscendo. Settantacinque anni posso sembrare tanti ma, in realtà, la nostra Repubblica è molto giovane come dimostrano le molte imperfezioni che ancora la caratterizzano. Ma, nonostante i difetti la nostra Italia Repubblicana ha anche molti pregi e merita di essere festeggiata. Anche se quest’anno sarà ancora una celebrazione sotto tono, non ci sarà la tradizionale parata delle Forze Armate lungo via dei Fori Imperiali, ma solamente la deposizione della corona all’Altare della Patria. Però, ci sarà il tradizionale sorvolo delle Frecce Tricolori che, fortunatamente, tornano a volare dopo lo stop imposto dalla pandemia.

Ma cosa rappresenta la celebrazione del 2 giugno ? Credo valga la pena di approfondire la sua storia  e il suo significato perché tra le varie Feste Nazionali è ancora quella di cui si sa meno.

2 Giugno 1946

 Il 2 giugno 1946 gli italiani e per la prima volta le italiane, furono chiamati a un referendum per decidere se l’Italia dovesse rimanere una monarchia, oppure se essa dovesse essere sostituita dalla repubblica. Vinse questa ultima con il 52% dei voti.

Quello stesso giorno il popolo italiano fu chiamato anche a eleggere un’Assemblea Costituente, che aveva il compito di scrivere la nuova Costituzione. All’interno dell’Assemblea si affermarono tre partiti: la Democrazia Cristiana, con il 35% dei voti, il Partito Comunista Italiano e il Partito Socialista Italiano. Il Partito d’Azione invece ebbe solamente l’1.5% dei voti, motivo per il quale decise di sciogliersi. Il 25 giugno 1946 cominciò ufficialmente i lavori l’Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza.

Umberto di Savoia, l’ultimo Re d’Italia,  lasciò l’Italia subito dopo il referendum, pur non riconoscendone la validità  e rifiutandone i risultati; non rinunciò mai ufficialmente alla corona, sebbene vada crescendo di credito l’ipotesi che la scelta di non avallare la reazione forzosa dei monarchici sia stata effettivamente intesa pro bono pacis. Prima di partire, affidò agli italiani la Patria e li sciolse (ciò che riguardava principalmente i militari) dal giuramento di fedeltà  al Re.

Le leggi antisemitiche e la caduta della monarchia

Una causa che portò alla sconfitta della monarchia fu probabilmente la figura di Vittorio Emanuele III, considerato un debole e non in grado di gestire gli avvenimenti cui si trovò di fronte. Le ragioni non erano né poche, né di poco conto. Fra tutte, nel 1922 il comportamento della casa regnante era stato determinante per l’ascesa del fascismo, e nel 1938, Vittorio Emanuele III aveva promulgato le leggi razziali.

Queste leggi furono molto impopolari fra gli italiani, che non avevano alcuna tradizione di antisemitismo, e provocarono numerosi suicidi di ufficiali ebrei, che si spararono per l’onore di morire nell’uniforme prima di essere degradati o congedati. Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono di certo le simpatie verso la monarchia anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante. La moglie di Umberto, la principessa Maria José¨, cercò nel 1943, attraverso contatti con le forze alleate, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della diplomazia ufficiale. Queste manovre, anche se apprezzate da una parte del fronte antifascista, furono viste in campo monarchico come un tradimento ed all’esterno, insieme alle prese di distanza ufficiali del Quirinale, come sintomi di profondi contrasti in seno alla casata dei Savoia, della quale evidenziavano l’irresolutezza. Anche la decisione di Vittorio Emanuele III di abbandonare Roma, e con essa l’esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell’armistizio di Cassibile, atto che fu visto come una vera e propria fuga, non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia. Anche se, in realtà molti aspetti delle “colpe” attribuite dopo la guerra a Casa Savoia sono ancora allo studio degli storici e molte pagine sono ancora da riscrivere.

Il referendum

I monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali ed a scorrettezze nella convocazione dei comizi e nello svolgimento del referendum.

Tra le questioni giudicate irregolari, quelle più rilevanti, secondo i monarchici, furono: molti prigionieri di guerra si trovavano ancora all’estero e quindi impossibilitati a votare, il referendum sarebbe quindi stato indetto intenzionalmente senza attenderne il rientro; parte delle province orientali (Trieste, Gorizia e Bolzano) non erano ancora state restituite alla sovranità  italiana, e quindi, non potendo prender parte alla votazione un numero di potenziali elettori superiore allo scarto effettivamente registrato, il risultato era da considerarsi parziale;  il clima di violenza durante la campagna elettorale aveva indebolito la campagna monarchica (la Polizia Ausiliaria fu accusata di aver duramente contribuito a questa situazione); i primi risultati pervenuti, indicavano una netta prevalenza di voti pro-monarchia; improvvisamente, dopo che anche al Papa era stato comunicato l’andamento, e dopo che lo stesso De Gasperi aveva telefonato al ministro della Real Casa per anticipare la sconfitta dei repubblicani, la situazione stranamente cambiò di colpo; Analisi statistiche, [senza fonte] fornite dai monarchici, avrebbero poi evidenziato come il numero dei voti registrati fosse largamente superiore a quello dei possibili elettori.

Nel disordine generale seguito alla guerra, pare non impossibile che un numero consistente di votanti possa aver usato documenti d’identità  falsi. I monarchici presentarono numerosi reclami giudiziari, che vennero però respinti dalla Corte di Cassazione. Stime monarchiche[senza fonte] valutano in circa tre milioni i voti che andarono persi per diverse ragioni, numero maggiore della differenza tra l’opzione repubblicana e quella monarchica.

Ma come si arrivò al Referendum per scegliere quale forma istituzionale dare al nostro Paese ?

Già agli inizi della guerra civile e della Resistenza, la questione su quale forma avrebbe dovuto assumere lo stato italiano dopo la fine della guerra era uno dei maggiori problemi politici aperti. La maggior parte delle forze che sostenevano il CLN erano apertamente repubblicane, sia per impostazione politica di fondo, sia perché imputavano alla monarchia, ed in modo particolare a Vittorio Emanuele III, la responsabilità  di aver permesso al fascismo di affermarsi, di governare l’Italia per venti anni e di averla coinvolta in una disastrosa guerra di aggressione. L’idea repubblicana, in Italia, aveva avuto il suo antesignano in Giuseppe Mazzini, uno dei propugnatori dell’unità  d’Italia nel XIX secolo e proprio agli ideali mazziniani si ricollegava il movimento Giustizia e Libertà , nato per opera dei fratelli Rosselli nell’ambito dell’opposizione clandestina al fascismo, che rappresentava, nel 1944/1945, la seconda, per rilevanza desumibile dal collegamento con le unità  partigiane, forza del CLN (il partito politico collegato al maggior numero di formazione partigiane era il partito comunista italiano). L’accordo conclusivo fu definito con il decreto luogotenenziale della Corona n 151 del 25 giugno 1944, emanato durante il governo Bonomi, tradusse in norma l’accordo che al termine della guerra fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello stato ed eleggere un’assemblea costituente. 

Aprile 1945

L’attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e chiarisse: nell’aprile 1945 (fine della guerra) l’Italia era un paese sconfitto, occupato da truppe straniere, possedeva un governo che aveva ottenuto la definizione di cobelligerante ed una parte della popolazione aveva contribuito a liberare il paese dall’occupazione tedesca. Solo nella primavera dell’anno successivo fu possibile accelerare l’attuazione del decreto sul referendum. La campagna elettorale fu contrassegnata da incidenti e polemiche, soprattutto al Nord, dove i monarchici ebbero a scontrarsi sia con i repubblicani che con i “repubblichini” appena sconfitti. Una parte dei sostenitori della monarchia premeva affinché Vittorio Emanuele III abdicasse, cosa che poi in effetti avvenne, in modo da poter giungere al referendum con a capo del paese una figura non compromessa con il precedente regime. Il figlio di Vittorio Emanuele, Umberto, oltre che godere di una certa popolarità  anche consolidata dal fascino personale, si era tenuto abbastanza defilato durante la guerra e questo faceva sperare che potesse recuperare alla causa monarchica parte del consenso perduto. Allo scopo di garantire l’ordine pubblico venne creato, a cura del Ministero dell’Interno, diretto dal socialista Giuseppe Romita, un accessorio corpo della Polizia Ausiliaria, che ebbe discutibili forme di arruolamento (per lo più discrezionali) e che venne accusato dai monarchici di aver favorito alquanto apertamente la causa repubblicana.

Dicembre 1947

Nel dicembre 1947  terminò la stesura della nostra Carta Costituzionale, che entrò in vigore il primo gennaio 1948. La Costituzione faceva dell’Italia una repubblica parlamentare. Massima carica dello Stato era ed è il Presidente della Repubblica, eletto per via parlamentare, per la durata di sette anni. Ad egli furono affidati ruoli soprattutto rappresentativi, come rappresentate dell’unità  del territorio e capo dell’esercito. Il potere legislativo venne affidato a un parlamento bicamerale suddiviso in Camera dei Deputati e Senato della Repubblica, svolgendo i loro ruoli in modo paritario e separato. Tale parlamento ha durata di 5 anni. Il primo Presidente del Consiglio dei Ministri fu Alcide De Gasperi, della Democrazia Cristiana.

Tra i tanti aspetti rilevanti che caratterizzarono i lavori dell’Assemblea Costituente, vi fu la nutrita presenza di donne che, per la prima volte ebbero un ruolo di rilievo nel decidere il destini della Nazione. Questo, oltre che un’ atto di giustizia e di cambiamento guardando al futuro fu anche il riconoscimento del ruolo svolto dalle donne  durante la resistenza.  Già il 31 gennaio del 1945, con l’Italia divisa ed il Nord sottoposto all’occupazione tedesca, il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivano e Bonomi, emanò un decreto che riconosceva il diritto di voto alle donne (Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23). Venne così riconosciuto il diritto al suffragio universale, dopo i vani tentativi fatti nel lontano 1881 e nel 1907 dal movimento femminista ispirato da Maria Montessori (la prima donna laureata in medicina in Italia). Il 2 giugno del 1946 le donne votarono per il Referendum istituzionale e per le elezioni dell’Assemblea costituente, ma già  nelle precedenti elezioni amministrative avevano esercitato il loro diritto all’elettorato attivo e passivo, risultando in numero discreto elette nei consigli comunali.

Le donne elette

Fu così che, al referendum su un totale di 556 deputati furono elette 21 donne: 9 della Democrazia cristiana, 9 del Partito comunista, 2 del Partito socialista e 1 dell’Uomo qualunque. Alcune di loro divennero grandi personaggi, altre rimasero a lungo nelle aule parlamentari, altre ancora, in seguito, tornarono alle loro occupazioni. Tutte, però, con il loro impegno e le loro capacità, segnarono l’ingresso delle donne nel più alto livello delle istituzioni rappresentative. Donne fiere di poter partecipare alle  scelte politiche del Paese nel momento della fondazione di una nuova società democratica.

Le 21 donne che parteciparono alla Costituente furono: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Maria De Unterrichter Jervolino, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angelina Livia Merlin, Angiola Minella, Rita Montagnana Togliatti, Maria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, M. Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Ho voluto elencarle  perché la Festa della Repubblica si anche la Festa di tutte le donne italiane che hanno fatto e fanno ancora tanto per l’Italia e per tutti gli italiani e l’hanno dimostrato ancora una volta nel corso della pandemia.

Alberto Tenconi

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