Abbiamo iniziato a conoscerlo che aveva già 34 anni attraverso vari “tormentoni” che hanno accompagnato (e in qualche modo definito) il passaggio tra il XX secolo con quello attuale. In quel 1999 Moby cambia etichetta discografica, dalla Elektra Records approda alla V2 Records, e pubblica Play, il disco della consacrazione. Prima di allora la sua carriera non aveva avuto grandi risultati: in bilico tra il lavoro di dj, realizzazione di dischi che oscillavano tra il genere punk, alternative rock, electronic dance e ambient. Con Play ridefinisce i canoni della musica elettronica e techno, includendo in essa il gospel, il folk, il pop e i ritmi tipici della house music. 





Una lontana parentela

Come potete intuire Moby è solo un nome d’arte: all’anagrafe il pluristrumentista statunitense è registrato come Richard Melville Hall. Quindi si può capire facilmente quale possa essere la parentela famosa che si porta dietro. Infatti il suo prozio era proprio Herman Melville, uno dei più grandi scrittori della storia della letteratura, autore di Moby Dick, da cui deriva lo pseudonimo.

Vegano dall’età di 22 anni, dal quel lontano 1999 Moby non si più fermato, alternando la sua carriera d’artista con l’impegno a favore dei diritti degli animali. 

L’incontro con un’etichetta storica

La sua voglia di sperimentare continuamente l’ha portato nel 2018 a partecipare a un concerto con la Los Angeles Philharmonic, diretta da Gustavo Dudamel, e il sindaco della “città degli angeli” Eric Garcetti al pianoforte. In quell’occasione un responsabile dell’etichetta classica Deutsche Grammophon gli ha proposto di incidere un disco orchestrale: così è nato il progetto che ha portato alla pubblicazione di Reprise, suo diciannovesimo album in studio, dove Moby reinterpreta i pezzi più famosi del suo repertorio, affiancato dalla Budapest Art Orchestra (diretta da Joseph Trapanese) e molti ospiti di primo piano.





Le canzoni e gli ospiti

Il musicista statunitense ha direttamente curato la registrazione delle parti solistiche, lasciando a un arrangiatore quelle per orchestra (supervisionando sul tutto). Il risultato è un disco raffinato, dove tutti i brani acquistano un “respiro” diverso, senza essere stravolti, trovando sempre un giusto equilibrio tra le parti “contemporanee” e quelle “classiche”. Così possiamo apprezzare pezzi come Porcelain (con alla voce Jim James della rock band My Morning Jacket) eseguita quasi in maniera minimale; oppure in The Last Day (cantata da Skylar Grey), dove il peso orchestrale si sente in maniera più evidente.

Non si sottraggono anche altri brani a una rilettura interessante. A esempio l’apporto di Mark Lanegan e Kris Kristofferson (due grandi artisti appartenenti a diverse generazioni della musica statunitense, 56 anni il primo e 84 l’altro) danno voce a una versione piena di passione e tormento di The lonely night, tratta dall’album Innocents (2013). Oppure nella famosissima Natural Blues (affidata al canto di Gregory Porter), in cui viene recuperata l’atmosfera gospel dell’originale del 1937, in cui era protagonista la vocalist Vera Hall, registrata da Alan Lomax. Anche il pezzo Why Does My Heart Feel So Bad? sfrutta evocazioni che arrivano dal gospel, coinvolgendo i cantanti Deitrick Haddon e Apollo Jane. Più vicino a un impianto “classico” risulta invece il brano God Moving Over the Face of the Waters, presentato con l’apporto del pianista islandese Víkingur Ólafsson.

Un omaggio a Bowie

Un ultima segnalazione vale la pena spenderla per l’unico pezzo non scritto da Moby: l’omaggio a David Bowie con la cover di Heroes, interpretata da Mindy Jones, una canzone d’amore, rinascita e disperazione, che in questa versione sottolinea ancor di più il pathos che il “Duca bianco” voleva dare..
Lo stesso Moby ci può spiegare il senso di questo disco: «Ogni indie rocker vuole essere percepito come più figo di quello che è. Ogni artista hip-hop vuole apparire più duro e disaffezionato di quello che è. Ogni musicista pop vuole essere più sexy di quello che è. A volte vuoi solo un modo di comunicare che sia più diretto e onesto. L’uso di strumenti acustici e classici ti permette di aumentare le possibilità di arrivare a soddisfare questa voglia. Non so se l’ho raggiunto con Reprise, ma questo era l’obiettivo».

Riccardo Santangelo





Fotografie : ©C_TravisSchneider

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