A pensarci ora quell’uomo alto, prestante, che tutte le donne desideravano, con un talento immenso per ammagliare il pubblico e per comporre canzoni quasi perfette, era di una fragilità e sensibilità estrema.

Nato a Washington D.C. il 2 aprile 1939 (data importante e lo capirete in seguito) con il nome di Marvin Pentz Gay Jr., frequento l’ambiente degli Avventisti del Settimo Giorno, dove suo padre era catechista (persona importante per lo stesso motivo che spiegherò successivamente). Dopo il congedo dal periodo di leva nella United States Air Force, si unì a diversi gruppi doo wop e soul fino a farsi notare, durante un concerto a Detroit, da Berry Gordy, il proprietario della Motown Records.

Tra padre e figlia

Marvin nel “mondo” dei Gordy ci entrò in modo completo. In breve tempo diventò una macchina da soldi per Berry (fino ad arrivare al grande successo nel 1968 con il brano I Heard It Through The Grapevine), ma che raramente apprezzò le sue scelte stilistiche; e il marito di Anna (figlia di Berry), con cui ebbe una relazione turbolenta. Sta di fatto che Gaye si trovò invischiato in una situazione sentimentale e lavorativa molto stressante. All’inizio del 1970 Marvin entrò in depressione dopo la morte di Tammi Terrell (a soli 24 anni per un tumore al cervello), sua “compagna” di carriera dal 1967. 

Una crisi rivelatrice

Fu allora che volle prendersi un periodo di riposo, in cui tento la carriera sportiva nel football americano, ma soprattutto maturò la consapevolezza di quello che stava succedendo al di fuori del suo mondo. Qualche tempo prima il suo collega e autore di canzoni Renaldo Benson, gli raccontò di aver assistito a un pestaggio da parte della polizia durante una manifestazione a Berkeley,e insieme al ricordo dei 43 morti a Detroit durante un corteo nel 1967, e ad altre notizie provenienti da varie fonti (soprattutto i reduci dalla guerra in Vietnam), decise di scrivere e pubblicare un intero album “impegnato”.

Una nascita osteggiata

Gaye entrò in studio e incise otto canzoni. Al suo fianco suonarono i The Funk Brothers (una band di turnisti ingaggiati per molte incisioni della Motown) in cui ebbe un ruolo di rilievo il bassista James Jamerson, un orchestra diretta da David Van De Pitte e una serie di coristi.
Non fu facile pubblicare il disco: troppo impegnato e lontano dalla politica dell’etichetta di Detroit, che fino ad allora aveva sfornato solo successi pop-soul disimpegnati e destinati a un pubblico adolescenziale. Berry Gordy ancora una volta era contro Marvin, e si oppose alla pubblicazione. Fu la testardaggine di un dipendente dell’etichetta, che passo oltre alle imposizioni del boss, che mandò in stampa il miglior disco della storia della musica nera (e oltre).

La pubblicazione del “capolavoro”

Il 21 maggio 1971, esattamente 50 anni fa, What’s Going On escì nei negozi, dopo che il singolo omonimo aveva già scalato tutte le classifiche. Otto canzoni che ebbero un impatto devastante, partendo dalla title track: «Cosa sta succedendo» chiedeva Gaye a una nazione in pieno tumulto, che mandava i propri figli a morire lontano, che non sapeva accogliere i reduci da una guerra sempre più mal voluta, che non sapeva consolare madri, padri, fratelli, sorelle. Brani come Save the children e What’s Happening Brother, ben fanno capire il contest.

Ma il disco va anche oltre: tratta temi come l’abuso di droga (Flying High (In the Friendly Sky)), la povertà (Inner City Blues), l’allora nascente consapevolezza ecologica (Mercy Mercy Me (The Ecology)), la voglia di un’unificazione degli animi (Wholy Holy e Right On). Anche la scelta di mischiare sonorità soul, gospel, jazz e orchestrazioni in stile classico, creano una novità quasi unica per quegli anni. 

Un successo senza fine

What’s Going On forse non è stato progettato per essere considerato “concept album”, ma lo è, visto che, per tema e sonorità, alcune tracce fanno da introduzione alla successiva. Questo disco viene considerato anche come album “song cycle”, caratteristica degli album in cui il brano finale riprende quello iniziale del disco.
È impossibile quantificare quanto abbia venduto in questi 50 anni di vita, si sappia che 2020 la rivista Rolling Stone (versione statunitense) l’ha inserito al 1º posto della sua lista dei 500 migliori album di sempre, e il giornale inglese Guardian/Observer in un sondaggio del 1999, lo nominò “Miglior album del XX secolo”.

La fine di un sogno

Questo disco fu per Marvin Gaye la vera consacrazione e una cesura per la sua carriera e per una intera generazione di artisti afro americani, ma non solo. Giovane e maturo, elegante ma arrabbiato, sex symbol, schierato contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili, amico degli hippie, preoccupato in anticipo per l’inquinamento, non ebbe vita facile a portare in giro le proprie idee. Ma tutto ha un rovescio della medaglia. Il 1° aprile del 1984, un giorno prima del suo quarantacinquesimo compleanno, per motivi non mai chiariti (pare per dei documenti sistemati male), il padre gli sparò due colpi di pistola nel petto, stroncando la sua vita.

Riccardo Santangelo

© Marvin Gaye

Marvin Gaye
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Marvin Gaye e Michael Jackson
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Marvin Gaye e Mohamed Alì
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