L’obesità è un’onda epidemica lenta ma in costante crescita, non ce lo possiamo nascondere. Tanto che, da 20 anni a questa parte, è diventata una delle principali priorità di salute pubblica non solamente nei paesi cosiddetti avanzati, ma ormai anche in quelli in via di sviluppo. Per citare qualche cifra, quasi 1 americano adulto su 2 – secondo le stime più recenti – svilupperà obesità entro il 2030. In Italia, forse grazie anche al clima e alla dieta mediterranea, i dati diffusi dalla rivista scientifica The Lancet nel 2016 e riportati dal secondo Italian Obesity Barometer Report del 6 ottobre 2020, in occasione del 2nd Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting, sono senza dubbio i migliori: rispetto ad Australia, Canada, Germania, Regno Unito e Stati Uniti siamo per fortuna il fanalino di coda con sole 2 persone obese su 10 nel 2014 per un totale di 10 milioni e mezzo, e una prevalenza del 26% – se non si argina il problema – prevista nel 2025. C’est-à-dire oltre 12,6 milioni di persone con obesità. Ma l’onda lunga di questa emergenza sanitaria per la popolazione generale non si farà attendere molto, a dispetto dei numeri anche favorevoli per il nostro Paese: basti pensare che i deceduti per cause correlate a sovrappeso e obesità registrati nel 2015 sono stati oltre 40 mila al ritmo di 120 al giorno, superati solamente dagli Stati Uniti con oltre 291 mila morti al ritmo impressionante di 799 al giorno. Tutti i paesi già citati sembrano cavarsela meglio. 

La correlazione con le malattie psichiatriche

Insomma, c’è poco da esultare a leggere le classifiche, che possono vederci in qualche caso anche in buona posizione. Ma la partita in gioco non è di “futebol”, come declamano i carioca di Rio de Janeiro, è semplicemente una tragedia. Giusto per non farsi mancare nulla, le osservazioni epidemiologiche provenienti da tutto il mondo hanno evidenziato come i disturbi dell’umore, quali depressione e ansia, rientrino tra i tratti comportamentali più comuni sia nei pazienti con obesità sia nei modelli animali di laboratorio che geneticamente sono predisposti all’obesità. Visto al contrario, se il 43% degli adulti con depressione è affetto da obesità, gli adulti che hanno sofferto di malattie psichiatriche sembrano avere maggiori probabilità di diventare obesi rispetto ai soggetti sani. 

I neuroni che controllano obesità e disturbi dell’umore

L’ipotesi degli scienziati è che nella comorbilità dell’obesità e dei disturbi dell’umore alcuni fattori quali uno stato generale di infiammazione periferica, la disfunzione ormonale e un pattern genetico predisposto possano giocare un ruolo cruciale. Purtroppo, ad essere ancore poco noti sono i meccanismi fisiopatologici attraverso cui i circuiti nervosi e le vie neurotrasmettitoriali chiave vengono coinvolti. A cercare di far luce su questi due aspetti tra loro associati sono i ricercatori del Baylor College of Medicine di Houston in Texas, in collaborazione con diversi altri atenei statunitensi, che hanno approfondito l’argomento identificando un nuovo circuito neurale in grado di mediare il controllo reciproco dell’alimentazione e degli stati psicologici nei modelli murini.

Tutta colpa di un circuito neurale disfunzionale

Analogamente ai pazienti umani, i topi sottoposti a una dieta ricca di grassi non solo sono diventati obesi, ma anche ansiosi e depressi a causa di un’alterazione del circuito neuronale cerebrale predisposto al loro controllo. Quando i ricercatori hanno corretto geneticamente o farmacologicamente specifiche interruzioni osservate all’interno di questo circuito, i topi sono diventati meno ansiosi e depressi con successiva perdita di peso corporeo in eccesso.

Sul filo degli avvenimenti raccontati dall’autore principale dello studio, Guobin Xia dell’USDA/ARS Children’s Nutrition Research Center al Dipartimento di Pediatria del Baylor College of Medicine di Houston, gli scienziati Usa hanno scoperto che nei topi sani esistono due gruppi di cellule cerebrali – i neuroni localizzati nel proencefalo a livello nucleo dorsale del letto della stria terminale |dBNST| e i neuroni AgRP situati in aree cerebrali separate dell’ipotalamo – in circuito o in connessione tra loro. Nei topi obesi e depressi questo circuito neuronale funziona in maniera anomala. 

Calo ponderale non legato a perdita di appetito

È importante sottolineare, spiega Xia, come il ripristino genetico dei difetti neurali alla normalità abbia eliminato l’ansia e la depressione indotte dalla dieta ad alto contenuto di grassi insieme alla riduzione del peso corporeo. Inoltre, gli animali hanno ridotto il peso corporeo peso non perché abbiano perso l’appetito, ma perché il riadattamento degli stati mentali attraverso l’intervento genetico ha cambiato le loro abitudini alimentari passando dalla scelta di cibi ricchi in grassi a cibi più salutari.

Con in mente le applicazioni traslazionali di tali risultati alla clinica, gli scienziati hanno verificato la possibilità di ripristinare farmacologicamente il circuito neurale disfunzionale grazie alla combinazione di due farmaci clinicamente approvati: zonisamide e granisetron. L’opzione terapeutica somministrata dai ricercatori è riuscita a ridurre profondamente l’ansia e la depressione nei topi malati e a promuoveva la perdita di peso agendo sinergicamente su due diversi bersagli molecolari all’interno del circuito cerebrale appena identificato. Risultati convincenti che potranno essere d’aiuto a ulteriori studi e future ricerche cliniche in grado di sperimentare terapie combinate di zonisamide e granisetron o dei loro derivati per il trattamento di malattie metabolico-psichiatriche. 

Giorgio Cavazzini

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